Guerra ed epica nell'Antico Testamento
Mappa Concettuale
1) La guerra nell'antichità è considerata come un fatto assolutamente normale, che viene di solito interpretato in chiave religiosa. Il genere letterario che racconta la guerra è detto genere "epico", ed è caratterizzato da cliché abbastanza ripetitivi: la figura dell'"eroe", la rappresentazione del nemico come "potente" (per esaltare la forza di chi vince), la raffigurazione dell'atto guerresco e delle armi, la distruzione del nemico.
2) Il monoteismo ebraico porta a raffigurare Dio (Jhwh) come "il" vincitore assoluto delle natura e della storia.
3) La guerra un momento di verifica storica dell'Alleanza che Jhwh ha stipulato con Israele, promettendo di essere il suo Dio e permettendogli di essere il suo popolo.
4) Nei testi antichi, ogni guerra d'Israele è perciò trionfo ed affermazione di Jhwh, il dio dell'Alleanza.
5) L'epica biblica ha quindi come asse portante l'idea che Jhwh è l'eroe, il condottiero, il "Signore degli eserciti", da cui dipende l'esito di ogni conflitto e/o battaglia. Gli "eroi" biblici traggono forza e vittoria dal rapporto vivo che hanno con Jhwh.
6) Ne consegue la controprova: se il popolo è infedele all'Alleanza e non si fida di Dio, ma di se stesso, il Signore lo abbandona alla sconfitta bellica, che è insieme castigo e richiamo alla fedeltà.
7) Questo tema molto frequentato dai profeti apre la strada ad una nuova comprensione della storia ed a una nuova speranza: Jhwh manderà un suo inviato, il messia, ad istituire un regno fondato non sulla guerra, ma sulla pace (shalom), vero riflesso della grandezza di Dio. Questa pace sarà per tutti e Israele avrà la funzione di donarla alla storia.
8) Nasce così l'epica della pace e della vita.
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Guerra ed epica nell'Antico Testamento
Nella Bibbia, come in tutta l'antichità, la guerra era considerata un evento normale, che capitava nella storia ed era perciò inevitabile. Anzi, notiamo subito che, come spesso accade nella lingua ebraica, i testi dell'Antico Testamento amano usare termini piuttosto radicali: chiamano quindi "mare" un lago, "monte" una collina e quindi anche "guerra" una semplice scaramuccia. E' tanto normale la guerra, che viene considerata una scadenza stagionale, che coincide con la primavera: "Quando i re sono soliti andare in guerra" (2Sam. 11,1).
Per questa ragione troviamo spesso nell'A.T. testi di guerra che, per alcuni aspetti somigliano ai racconti epici ad essi contemporanei, per altri sono molto diversi.
1) Lotte fra dei
Innanzitutto notiamo, che le scritture ebraiche non possiedono quei racconti di lotte tra gli dei (teogonie), che invece costituiscono una vera miniera delle letterature orientali antiche. Su tutto domina l'idea che Jhwh è l'unico Dio esistente e nessuno, quindi, può combattere contro di Lui, anche se vi possono essere forze "avversarie", che tentano di contrastarlo. Questi "avversari", che in molti casi diventeranno nei secoli dopo Cristo i "demoni", sono le divinità dei popoli pagani, che qualche volta fanno capolino nei testi biblici come "dei sconfitti". Esempio classico di questa lotta impari è il primo capitolo del libro di Giobbe, dove, appunto, il Signore Jhwh disputa con l'"avversario". Ma sono divinità pagane il Leviatan (Sal. 74,14), Raab (Sal. 89,11), così come l'"abisso" su cui aleggia lo spirito di Jhwh prima della creazione (Gn. 1,1), che ricorda nel termine tehom, la divinità cananaica Tiamat. Ma forse il nome di divinità straniera che si trova più spesso è quello di Baal, parola cananaica che vuol dire, semplicemente, "dio": contro questo dio (o più spesso "dei" bahalim), gli uomini di Jhwh combattono per dimostrare che non sono veramente divini: un classico è la lotta tra Elia ed i sacerdoti di Baal in 1Re 18, 20-40. Non c'è però nella Bibbia alcun esempio di lotta diretta tra JHWH e altri dei: questi vengono nominati, per essere negati come dei.
Nei racconti di guerra veri e propri la letteratura biblica somiglia molto a quelle contemporanee, dei popoli vicini ma ha alcune fondamentali differenze:
- come tutti i racconti epici, anche quelli dell'A.T. sono terribili, carichi di violenza, sconvolgenti. Secondo un espediente molto usato in letteratura epica, ogni conflitto viene esaltato e diventa una guerra terribile, la violenza viene resa nel modo più cruento possibile, perché nella mentalità orientale è l'annullamento del nemico che (almeno teoricamente) rende reale la vittoria. Più che il racconto di episodi di guerra, abbiamo perciò a che fare con la loro proiezione ideale, e per questa ragione è sempre molto difficile ricostruire esattamente i fatti storici (ragioni del conflitto, ricostruzione strategica, armi e così via), che agli autori interessavano sicuramente meno del racconto dello scontro e della vittoria.
- Ma nei racconti epici della Bibbia manca una figura classica di questo genere letterario: quella dell'eroe. Non c'è nessun Achille, Ettore, Odisseo, Enea od Rolando. L'"eroe" che vince in battaglia è sempre e solo il Signore Jhwh, anche se talora questo avviene per mezzo di uomini che agiscono in suo nome.
2) La centralità dell'Alleanza.
Questo è un dato assolutamente fondamentale per comprendere l'epica biblica. In tutto l'A.T. domina infatti l'idea che la storia di Israele sia guidata da Dio, nei suoi atti storici, verso un compimento, che ha avuto inizio con l'ALLEANZA stipulata da Dio con Abramo, e confermata con Mosè, che consiste nel rapporto vitale tra Jhwh e Israele, riassunta nella formula: "Io sarò il vostro Dio" (Gn. 17,8). Ora questa alleanza, sancita con segni e celebrata con riti, è composta essenzialmente di due elementi: la discendenza "Farò di te un grande popolo e ti benedirò" (Gn. 12, 2) ed il possesso della Terra Promessa "alla tua discendenza darò questo paese" (Gn. 12, 7).
Da questo momento in poi, ogni atto della storia d'Israele sarà una conferma religiosa della verità di questa alleanza viva. Detto in altri termini: il disegno che Dio ha su Israele, e che questo popolo liberamente accetta con la stipula dell'alleanza, produce una storia che è la sostanza di questo patto, storia fatta di luci, ombre, splendori e tradimenti, drammi (personali e collettivi), bellezza e miserie (e tra queste la guerra). Comprendere il senso di questi fatti, ricostruire il disegno di vita, che Jhwh va tracciando nella storia e per mezzo della storia di Israele, è l'essenza dell'esperienza religiosa del popolo ebraico.
- Per questa ragione, ed è questo il primo testo che proponiamo, il "grido di guerra" d'Israele è, in buona sostanza, una preghiera: un antichissimo frammento contenuto in Nm. 10,35-36, che prevede un testo per la partenza:
Sorgi, Signore,
e siano dispersi i tuoi nemici
e fuggano da te coloro che ti odiano.
uno per il ritorno:
Torna, Signore,
alle miriadi di migliaia di Israele.
A parte il contesto (secondo la narrazione queste acclamazioni precedevano la partenza quotidiana dell'Arca) è chiaro che la collocazione di questi frammenti è militare. E salta subito agli occhi, come il testo affermi che la guerra ha, come protagonista, il Signore. E' lui che deve sorgere perché siano dispersi i nemici, i quali devono fuggire da Lui, perché Lo odiano. E' lui che, a cose fatte, torna al popolo come un guerriero vittorioso. In buona sostanza è il Signore Jhwh che fa la guerra, per mezzo del popolo che, grazie a Lui, tiene le armi in pugno nella mischia.
La convinzione di Israele è chiara, se il Signore non è con lui, la guerra è persa.
- Questa costante attraversa, dicevamo, tutto l'A.T. e ne costituisce l'atteggiamento mentale di fondo. La guerra è "santa" perché rende visibile, concreta e comprensibile l'alleanza di Jhwh con Israele. E' storia sacra.
Da questo punto di vista non vi è alcun parallelismo possibile con il concetto islamico di Jihad/guerra santa, che è sempre una lotta per l'affermazione dell'Islam. O, secondo un'interpretazione dominante, del fedele su se stesso per essere un buon musulmano, o del combattente che lotta contro gli infedeli, spesso obbligandoli ad un'adesione (almeno formale) alla religione fondata da Muhammad.
E' invece presente nel Corano, l'idea che la vittoria in guerra riportata dai musulmani sia il segno storico della predilezione di Allah, quasi una conferma miracolosa della Sua presenza. In questo senso, ad esempio, è letta la vittoria totale che l'esiliato Muhammad riporta sugli abitanti de La Mecca. Vittoria, che gli consente la purificazione del luogo sacro che viene, da quel momento, riservato al culto esclusivo di Allah.
La vittoria in guerra, però, non viene necessariamente attribuita da Allah ai musulmani: conta solo la sua sovrana volontà, secondo la formula usatissima dai seguaci di Muhammad, "Inshallah" (come Dio vuole).
-Proponiamo a questo punto alcuni testi di "epica biblica" tra i più celebri e letterariamente interessanti.
3) Il canto di vittoria dopo il passaggio del Mar Rosso: Gn.15
E' un testo famosissimo, che si colloca in uno dei più solenni momenti del racconto della pasqua ebraica. Gli ebrei, inseguiti, quasi braccati dagli egiziani si trovano di fronte il mar Rosso: il che equivale ad una condanna a morte. Quella sera, al calar delle tenebre, gli ebrei vedevano da lontano l'accampamento egizio e sentivano di non avere scampo. L'indomani mattina la superpotenza della macchina da guerra egizia sarebbe piombata loro addosso senza pietà e sarebbe stato il massacro.
Eppure, insperabilmente una via di fuga si apre attraverso il mare! Una via, che gli ebrei riescono a percorre a piedi, mentre i carri da guerra degli egiziani restano impantanati senza scampo mentre le acque, che s'erano ritirate, al mattino tornano al loro livello consueto.
Dopo una notte di cammino, silenzio e tensione, gli schiavi scappati e braccati, girano le spalle al mare, che doveva essere la loro tomba, e scoprono che invece più nessuno li segue. Sono liberi!
Al di là di ogni aspettativa. I più deboli hanno stravinto.
E' per questa ragione che l'antico cantico di vittoria che leggiamo al capitolo 15 di Esodo esordisce attribuendo il canto "al Signore": è Lui che ha "mirabilmente trionfato". Eccolo qui, subito, l'eroe assoluto. Questo canto è l'esaltazione di Jhwh trionfatore, sugli egiziani, sui loro dei e sulle forze della natura, come tra breve andremo a spiegare.
Tutto l'incipit del cantico è rivolto al Signore (1-3) a lui viene attribuita la salvezza, per la quale viene "lodato" ed "esaltato", due verbi tipici del trionfo militare. Così il versetto 3 prosegue con l'esaltazione del "nome" nel vittorioso, che però in questo non viene pronunciato ("si chiama signore"), perché nella tradizione ebraica il nome di Dio è impronunziabile. Tipica del racconto epico è, ancora, l'esaltazione del gesto bellico, che ha conquistato la vittoria: in questo caso l'aver sommerso i carri ed i cavalieri del Faraone.
La seconda strofa del cantico (6-10) paragona la potenza assoluta di Jhwh con i miseri progetti degli egizi. Dio viene presentato come colui che è più forte del mare, e questo per gli ebrei (popolo del deserto) è segno di potenza assoluta. Nella cultura ebraica antica, infatti, il mare è indomabile e spaventoso per definizione, quasi una realtà infernale. Ma Jhwh ne ha comandato il ritrarsi ed il ritornare con assoluta signoria, ed appaiono quindi ironicamente poveri i progetti degli egizi (v.9) di inseguire, raggiungere, uccidere e spartire il bottino. A Dio è bastato il "soffio del suo alito", perché questi vengano travolti.
C'è in questa strofa una vena ironica tipica della Bibbia, dove l'umorismo spesso trova spazio, mentre di rado si trova nelle letterature epiche antiche.
La terza strofa (11-13) è forse la più importante: Jhwh viene proclamato "Dio più grande tra gli dei" (più grande cioè degli dei d'Egitto, che non sono riusciti a dare vittoria al loro popolo). Ma questo Dio potente non ha agito per capriccio, e neppure per dare corso ad un destino già scritto (come Enea nell'Eneide). Israele è stato "riscattato" (è l'azione di chi paga il prezzo necessario per la liberazione, e quindi interviene di persona in favore di qualcuno) per essere condotto "alla tua santa dimora".
C'è in questo testo già la prospettiva della conquista della Terra Promessa e del suo Tempio, che qui viene prospettata, ma c'è anche la realtà del disegno storico d'alleanza (come dicevamo sopra), che si dipana e si vede nella storia del popolo d'Israele.
La liberazione dall'Egitto, quindi, non viene letta come una semplice dimostrazione di potenza, ma come una tappa di una storia (quasi una storia d'amore) che passa anche attraverso questo atto di guerra che Dio, nella sua grandezza, ha piegato al suo disegno di salvezza.
4) Eroi quasi per caso: Sansone e Davide
Ora presentiamo due personaggi che vincono in guerra, sicuramente non per merito loro! Abbiamo scelto questi "eroi", per ribadire il concetto di fondo (non è la grandezza del guerriero a garantire la vittoria), ma ancor di più per far incontrare agli studenti alcuni personaggi che sicuramente incontreranno nello studio della storia dell'arte (o visitando qualche museo, magari in gita scolastica).
-Iniziamo dunque da Sansone: eroe affascinante, che ha pure ispirato alcuni filmoni di genere eroico/avventuroso negli anni '60. Il ciclo di racconti che ce ne tramanda la memoria è scritto in prosa e raccoglie, con ogni probabilità, delle antiche leggende risalenti ai primi tempi della permanenza d'Israele in Palestina. e sono contenuti nel libro dei Giudici dal capitolo 13 al capitolo 16. La lettura del testo è facile e divertente e non deve scandalizzare: Sansone, infatti, non è un modello di santità. E' irascibile, violento ed oltremodo sensibile al fascino femminile, al punto che viene da chiedersi che ci stia a fare un ragazzaccio del genere nella Bibbia. Eppure Sansone è un "nazireo" consacrato a Dio: sarebbe lungo spiegare tutti i significati di questa antichissima forma di consacrazione, che in linea ordinaria era temporanea, e spesso collegata alle campagne belliche. Chi volesse saperne di più trova tutte le norme sui nazirei in Nm 6, ma essenzialmente chi faceva questo voto, s'asteneva dal bere bevande alcooliche e non si tagliava i capelli. E proprio attorno a quest'ultimo particolare viene costruita la storia eroica di Sansone, che resta invincibile finché si fida della sua consacrazione e non rivela che sono i capelli (simbolo della sua appartenenza al disegno storico di Jhwh) la fonte della sua forza. Quando Dalila gli carpisce il segreto, e lo fa radere, Sansone non vince più in battaglia (anche se non diventa debole se "dovette girare la macina della prigione" (Gd. 16,21). Recuperati i capelli (e quindi la sua fiducia nel Signore), Sansone torna a far vincere il popolo di Dio uccidendone i nemici (e facendo nascere il modo di dire "Muoia Sansone con tutti i filistei", che sta in Gd. 16,30 ed è diventata un'espressione gergale per dire che tutto va a rotoli).
La grandezza e la miseria di Sansone, sono quindi legate a Dio ed al suo progetto di dare ad Israele la terra promessa, che ora sta in mano ai filistei. E' la stessa prospettiva di prima: quest'uomo forte è un eroe se si mette nella linea di Dio e della sua alleanza con Israele.
La storia di Sansone è stata spesso raffigurata nel corso della storia dell'arte: ricordiamo uno dei quadri più famosi, quello di Andrea Mantegna (1431-1506) e quello di Peter Paul Rubens (1577/1640) conservati entrambi alla National Gallery di Londra. La storia di Sansone e Dalila è stata molto amata nel periodo barocco, come icona dell'"amore cieco", che infatti Rubens raffigura, in forma di putto bendato, sullo sfondo del suo quadro.
- La storia di Davide è molto più nota della precedente, anche perché questo personaggio storico è uno dei tre più importanti re d'Israele: successore di Saul e padre di Salomone. Il nome di questo sovrano costella moltissimi passi della Bibbia, tanto dell'antico che del nuovo testamento: è proprio Davide, infatti, a ricevere la profezia, che dalla sua discendenza sarebbe nato il Messia. La storia di Davide si trova però principalmente a cavallo del primo e secondo libro di Samuele ed è molto avventurosa, cominciando dalla scelta di lui come re, che Dio fa attraverso l'unzione del profeta Samuele, per proseguire con la conquista del potere, fino alla fine della sua vita. Di tutta la sua vicenda umana concentriamo l'attenzione sul celeberrimo episodio del suo duello con Golia, narrato in 1Sam. 17, 40-ss.
Siamo all'inizio dell'avventura di questo ragazzo, già consacrato dal profeta, ma ancora sconosciuto. Nessuno, infatti, s'aspetta nulla da lui, ed anzi il suo aspetto fisico non è certo quello del campione, un gigante com'è invece il suo quasi-invincibile avversario Golia. E' chiaro che tutto il racconto è costruito sul contrasto tra la debolezza del ragazzo e la potenza del suo avversario: di nuovo l'"eroe" vincerà non in virtù di una forza propria, ma della missione di cui Jhwh l'ha investito. Basta infatti leggere la descrizione di Golia e della sua armatura per rendersi conto di quanto pauroso fosse (1Sam. 17, 1-6) ed ascoltare le sue parole per capire quanto fosse bellicoso: "scegliete un uomo tra di voi che scenda contro di me. Se sarà capace di combattere con me e mi abbatterà, noi saremo vostri schiavi". Una bella battuta da film d'azione, che fa intendere però, come dall'esito del duello dipenda (di nuovo) la libertà o la schiavitù d'Israele. Ovviamente, nessuno degli ebrei raccoglie la sfida se non quel ragazzino di Betlemme, Davide appunto, che rivestito delle armi del Re in persona non riesce neppure più a muoversi e quindi decide di affrontare il gigante vestito da pastore, con bastone, fionda e cinque sassi di fiume nella bisaccia. Golia deride il ragazzo e si beffa di lui e degli ebrei, ma (ecco di nuovo la chiave di volta del racconto) Davide gli fa sapere che "io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d'Israele, che tu hai insultato". Iniziato il duello basta un sasso per far crollare a terra Golia e permettere a Davide d'impossessarsi della sua spada, finirlo e tagliargli la testa. Particolare questo, della conquista delle armi dell'avversario, particolarmente importante in epica, perché afferma la totale sconfitta del nemico che, in questo caso, Jhwh ha messo nelle mani del Suo prescelto che, perciò, senza armi proprie vince il più forte dei nemici d'Israele.
Anche di questo particolare combattente ricordiamo due celebri raffigurazioni artistiche: quella di Donatello (Donato di Niccolò di Betto Bardi 1386 (?)/1466, conservata al Museo del Bargello di Firenze) e quella di Michelangelo Buonarroti (1475-1564, Firenze, Galleria degli Uffizi). Si tratta di statue, la prima in bronzo e la seconda in marmo bianco di Carrara. L'opera di Donatello insiste sulla giovinezza e gracilità di Davide, che viene raffigurato adolescente e flessuoso, mentre la grandiosa statua di Michelangelo ci presenta un Davide giovane e possente nella sua nudità, con uno sguardo che scorge l'infinito, a prendere coscienza del disegno misterioso che Dio sta svolgendo per Israele attraverso la sua opera.
5) Donne vincitrici in guerra: Debora e Giuditta.
A dare ulteriore conferma all'interpretazione fin qui indicata, che l'"eroe" delle guerre ebraiche è Dio stesso, sono i racconti biblici di alcune donne, dalla cui opera dipende la risoluzione di un conflitto. Per capire esattamente questi racconti bisogna ricordare che nell'antico oriente le donne non godevano certo di certo particolari attenzioni, giacché venivano considerate solo ed esclusivamente nella loro funzione di mogli e madri. La donna, in sostanza, fuori casa non esisteva, ed in casa era sempre sotto tutela di un uomo: padre, fratello, marito o figlio che fosse. Non è quindi neppure da prendere in considerazione l'idea di una donna che andasse in guerra o che sapesse usare le armi: le donne erano, semmai, un tipico bottino del vincitore che uccide gli uomini e s'impossessa delle mogli e delle figlie.
In questo contesto arcaico e terribile, la Bibbia ci consegna la memoria di alcune donne che hanno preso le armi, risolvendo difficili conflitti. Qui ricordiamo i nomi di Debora e Giaele e quello di Giuditta.
- Il "Canto di Debora" è uno dei brani poetici più antichi della Bibbia (verso il XII sec. a C.) ed è, indiscutibilmente, un testo epico. La vicenda è presto narrata: la "profetessa" Debora (il suo nome significa "ape") incita il condottiero Barak a muovere guerra al re cananeo Sisara, mettendosi alla testa degli uomini delle tribù israelitiche di Zebulon e Neftali. Lo scontro in campo aperto alle pendici del monte Tabor è favorevole agli ebrei ma il re Sisara fugge a piedi, abbandonando il suo carro da guerra, e rifugiandosi presso la tenda di Eber il Kenita, che crede suo alleato. Ma, mentre il generale sta dormendo, la moglie di Eber, Giaele, che è ebrea, gli pianta col martello un picchietto da tenda nella tempia, inchiodandolo letteralmente al terreno e dando così vittoria al suo popolo, che si conquista un quarantennio di pace.
Nella Bibbia il racconto è contenuto in due versioni nel libro dei Giudici: una in prosa (capitolo 4) e la seconda in poesia (cap. 5). Quest'ultima è molto interessante e contiene il racconto delle gesta della guerra (in realtà pienamente comprensibili solo se si è letto prima il testo in prosa). Il cantico, poi, esalta le gesta delle tribù che hanno partecipato alla battaglia e bastona, invece, la vigliaccheria di quelle che vi si sono sottratte (come quella di Ruben: Gd. 5, 15-16).
Il testo si apre rappresentando il Signore, che scende nel campo di battaglia arrivando da sud (dal Sinai, il monte dell'Alleanza) con sconvolgimenti naturali (5, 3-4) mentre la terra di Palestina si fa deserta (6-7) ed il popolo ebraico "preferisce divinità straniere" (v.8).
A questo punto si apre la seconda strofa che comincia con una chiamata alla guerra del popolo, ma il v. 12 pone sullo stesso piano il canto di Debora:
Destati, destati o Debora,
destati, destati, intona un canto
e l'azione delle armi di Barak:
Sorgi, Barak, e cattura i tuoi prigionieri,
o figlio di Abinoam.
Il canto di Debora (parola divino/umana perché profetica), è quindi essenziale per l'esito del conflitto al pari dell'azione delle armi, perché questa guerra è "santa" e condotta da Dio, per questo l'istituzione della profetessa è essenziale per la sua riuscita. D'altronde il testo, dopo aver cantato la battaglia (v. 19-23) concentra l'attenzione sulle gesta dell'altra donna: Giaele "benedetta tra le donne" (v. 24). Di nuovo emerge la dimensione sacrale ed il cantico si compiace di descrivere l'agonia di Sisara con versetto, il 27, di grande efficacia letteraria. Degna di memoria, infine, è la chiusa patetica di questo testo, che mette in scena la madre del re defunto che, guardando fuori dalla finestra della tenda, attende con angoscia crescente il ritorno del figlio, inutilmente consolata dalle ancelle, fino al punto di mentire a se stessa, ed illudersi del prossimo ritorno del figlio vincitore carico di doni per lei, frutto della razzia.
Chiude il testo, in chiara chiave biblica:
Così periscano tutti i tuoi nemici, Signore! (v. 31)
La vittoria, appunto, sta nel fatto che i nemici lottano contro il vero Dio.
Debora è stata donna di parola, non d'azione e la Bibbia non conserva perciò un suo gesto classico da immortalare. Per questa ragione la vediamo raffigurata in quadri generici, vuoi come "giudichessa", o più spesso come "profetessa", nell'atto magari di annunciare a Barak la volontà di Dio (così, ad esempio, nell'affresco di N. Malinconici, della chiesa Santa Maria Maggiore in Bergamo). Per questa stessa ragione le sono dedicate molte opere musicali: tra le altre spicca quella di George Frederik Handel (1685-1759), un "oratorio in 3 atti del 1733, scritto su libretto di Samuel Humphreys, che ripercorre le tappe fondamentali della vicenda che abbiamo appena narrato.
- La storia di Giuditta merita di essere ricordata almeno per due ragioni: prima di tutto è un testo letterariamente affascinante, che presenta una serie di particolarità che presto vedremo, la sua figura, poi, è stata immortalata in uno dei più potenti quadri di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (Giuditta e Oloferne, conservato ai Musei Vaticani), che bene coglie lo spirito di questo testo.
Il libro di Giuditta è, a differenza del ciclo di Debora, molto tardo ed appartiene all'epoca ellenistica, verso la seconda metà del II secolo avanti Cristo. E' quindi un testo molto "recente", che risulta fortemente influenzato dallo stile dell'epoca. Il racconto è infatti fluente, ricco di particolari anche psicologici, di colpi di scena e cambio di punti di vista: un modo tipico di raccontare del "romanzo ellenistico". Ma la sostanza dei fatti è assolutamente giudaica, persino venata da una forma abbastanza evidente di orgoglio nazionalistico e d'implicito incitamento alla sommossa contro gli invasori della terra promessa. La scena è fittizia ed il quadro storico retrodatato in modo grossolano di trecento anni, all'inizio del VI secolo a. C.: sono, infatti, sbagliati sia la successione dei nomi dei sovrani, che il quadro geografico, la città di Betulia nella quale si svolge la vicenda, poi, è sconosciuta. La storia è quindi opera di fantasia (o di rielaborazione fantastica di qualche antico racconto) ed è narrata per sostenere gli ebrei sottomessi alla dinastia ellenistica dei Tolomei, nella lotta per la resistenza contro l'invasore e per il mantenimento dell'identità tradizionale.
Quella di Giuditta è una classica storia di sorte rovesciata, nella quale il debole (Israele, la donna), anziché essere sconfitto risulta vittorioso. Il racconto, però, è molto più complesso di quello che abbiamo letto in precedenza, ed al tema della vittoria garantita ai fedeli di Jhwh, si affianca quello più terreno del valore individuale che fondandosi, innanzitutto, dall'osservanza scrupolosa della legge di Mosè (Thorà) fa crescere le virtù nell'animo e nella mente degli uomini.
In questo caso particolare, viene narrata la vicenda del generale Oloferne che, su ordine del re "Assiro" (in realtà era babilonese) Nabucodonosor, muove guerra alla Giudea dalla capitale orientale: Ninive (Gdt. 1-7). L'esercito giunge quindi a porre l'assedio a Betulia, ultima roccaforte prima della capitale Gerusalemme. In risposta all'ultimatum di Oloferne, i betuliti decidono di attendere cinque giorni l'intervento di Dio, prima di arrendersi. A questo punto entra in scena l'affascinante vedova Giuditta, donna piissima e dedita alla conservazione della memoria del marito: riprendendo un tema classico della sapienza giudaica, la donna accusa gli anziani di pochezza d'animo: "Voi -dice loro- non pretendete d'impegnare i piani del Signore Dio nostro, perché Dio non è come un uomo che gli si possan fare minacce e pressioni" (Gdt. 8,16). Giuditta quindi, invoca il Signore e passa all'azione. Depone gli abiti del lutto e si riveste degli abiti e degli ornamenti femminili più provocanti e lascia la città, seguita solo da un'ancella, facendo in modo di farsi introdurre alla presenza di Oloferne, con la scusa d'insegnargli una strada per conquistare la città senza colpo ferire. Carpita la fiducia degli assiri, e sedotto il generale, Giuditta partecipa ad un banchetto nel corso del quale fa ubriacare Oloferne, fermandosi poi nella sua tenda come per un incontro galante. Ma il condottiero, ebbro, cade addormentato e Giuditta, presa la sua scimitarra, lo brandisce per i capelli e gli mozza il capo con due colpi ben assestati (Gdt 13, 1-10). Prima del colpo ferale, la giovane vedova per ben due volte invoca il Signore:
"Signore, Dio d'ogni potenza, guarda propizio in quest'ora all'opera delle mie mani per l'esaltazione di Gerusalemme. E' venuto il momento di pensare alla tua eredità e di far riuscire il mio piano per la rovina dei nemici che sono insorti contro di noi" (Gdt 13,4).
E, subito prima di colpire:
"Dammi forza, Signore Dio d'Israele, in questo momento" (Gdt. 13,7).
Per Oloferne non c'è scampo e muore come già accadde a Sisara nel racconto di Debora, ma questa volta torna il tema della perdita delle armi che, orrore e somma umiliazione, finiscono nella mani d'una donnetta. Compita l'azione, Giuditta torna a Betulia, e, la mattina dopo, gli assiri scoprendo il cadavere si devono rendere conto che "Una sola donna ebrea ha gettato la vergogna sulla casa di Nabucodonosor" (Gdt 14, 18). Quest'elemento ribalta le sorti del conflitto e dà agli ebrei la forza di fare una sortita e distruggere l'esercito assediante. Un cantico di lode chiude il libro (Gdt 16) e la storia di Giuditta che, nonostante le diverse profferte, resterà per la vita fedele alla memoria del marito defunto.
Giuditta (il cui nome significa "la giudea") è la personificazione stessa d'Israele che, affidandosi a Dio ed alla sua Legge raggiunge i risultati più gloriosi. Nel quadro (indimenticabile) del Caravaggio di cui abbiamo fatto cenno in precedenza, viene esaltata la raffigurazione del contrasto tra la delicata, dolce figura di Giuditta (esaltata dalla vicinanza della sua ancella vecchia e rugosa che, col sacco aperto, attenda la testa del generale) ed il volto quasi beluino di Oloferne, rappresentato mentre la lama gli recide la gola provocando il primo terribile fiotto di sangue purpureo. Gli occhi improvvisamente spalancati e sbarrati del generale, ci fanno capire che, proprio in quel momento, lui comprende che sta per morire: chi si credeva onnipotente, invincibile, e forse quasi immortale, si trova improvvisamente all'ultimo, definitivo, atto della sua vita, e vi si getta sgomento e pieno di cieco terrore.
6) Guerre perse, prospettive di pace e morti che risorgono: i profeti.
Per portare a compimento il nostro cammino nella guerra narrata nella Bibbia dobbiamo comprendere che l'A.T. non si ferma al momento di esaltazione della guerra come segno della benevolenza divina, ma si spinge ben più in là. Sono i profeti a dare alcune interpretazioni originali ai testi di guerra, che per molti aspetti sorprendono e costituiscono una specificità di questa letteratura, più unica che rara. Nella letteratura profetica, infatti, vediamo emergere alcuni temi nuovi: innanzitutto che la guerra è un effetto devastante della cattiveria e dell'ingiustizia: Dio, perciò, permette la guerra perché il popolo è malvagio e non rispetta la Legge. Per questa ragione la voce dei profeti mette in scena anche (anzi soprattutto), la sconfitta d'Israele che viene minacciato (come accadrà) di venire invaso dai popoli vicini. Ma questa sconfitta in guerra, lungi dall'essere un abbandono, è una prospettiva di speranza: un "resto fedele" d'Israele manterrà il rapporto vivo con Jhwh e vedrà la venuta di un personaggio, il Messia, mandato da Dio stesso per ristabilire un regno di pace non più solo col suo popolo, ma con tutta la terra e la natura. Questa "nuova alleanza" coinciderà con una "effusione dello spirito di Dio", che darà vita al popolo ormai esangue, fino ad aprire la speranza che anche quelli che sono morti, ritorneranno in vita in virtù del rapporto col Signore.
E', come si vede, un radicale approfondimento dei temi fin qui trattati che, senza stravolgere nè rinnegare quanto detto finora, ne scoprono il cuore più profondo, che costituisce anche il punto più alto della riflessione veterotestamentaria sul tema della guerra. Riassumendo: (1) questa è male perché è figlia dell'ingiustizia, (2) per questa ragione il popolo eletto può anche perdere in guerra quand'è infedele all'alleanza, (3) la prospettiva di Dio è la pace (shalom) universale: per gli ebrei, per tutti gli altri popoli della terra, ma anche per tutta la natura, e persino per i defunti.
1) Giustizia e pace: il collegamento tra il tema della giustizia e quello della pace è, dicevamo, una tipica conquista della letteratura profetica. Probabilmente sotto la spinta della storia, emerge questo tema che poi diverrà centrale nella predicazione di Gesù e della Chiesa. Il passaggio dal concetto "noi vinciamo perché Dio è con noi", a quello "noi veniamo sconfitti perché Dio vuole da noi un certo comportamento leale e giusto" non è così scontato e va spiegato. Tra il IX ed V secolo avanti Cristo Israele è politicamente diviso in due regni: quello del nord (Samaria) e quello del sud (Giudea, con capitale Gerusalemme). Le cose non vanno male sul piano della politica internazionale, dal momento che le due super potenze dell'antichità (gli egiziani da una parte ed i vari imperi orientali, che si susseguono nella terra tra i due fiumi), si tengono vicendevolmente sotto scacco. I piccoli regni cuscinetto, come Israele, che si sono formati tra queste due entità sopravvivono dando, come si dice, un colpo al cerchio ed uno alla botte: amici un po' di tutti, nemici di nessuno, gli ebrei pensano agli affari loro, mentre prosperano sia le attività agricole che quelle commerciali. Ma la situazione via via precipita, fino ad arrivare all'invasione della terra d'Israele culminante nelle due invasioni di Gerusalemme (597 Nabucodonosor, prima deportazione, 587/586 Nabuzardan, distruzione del tempio e nuova deportazione), fino alla perdita completa dell'indipendenza degli ebrei.
Ora, tutta questa fase di orgoglio nazionalistico ed affaristico prima, e di progressiva perdita di battaglie e della libertà, poi, viene scandita dalla voce dei diversi profeti che si susseguono, interpretando gli avvenimenti alla luce del giudizio morale di Jhwh sull'infedeltà d'Israele.
2) Ed a questo punto, come dicevamo, il fronte si capovolge: il "Dio guerriero", che combatteva per e con Israele cambia fronte, e Jhwh guida i nemici d'Israele per punire il suo popolo infedele. E' il ribaltamento dell'epos: l'epica della sconfitta.
In quel tempo si dirà
a questo popolo ed a Gerusalemme:
"Il vento ardente delle dune soffia dal deserto
verso la figlia del mio popolo,
non per vagliare, né per mondare il grano.
Un vento minaccioso si alza al mio ordine.
Ora anch'io voglio pronunziare contro di essi la condanna"
(Ger. 4, 11-12)
Lo scopo di questa "pedagogia divina" nei confronti d'Israele è sempre quella di ottenere la conversione, che però non arriva, visto che il popolo è tutto preso dalle sue certezze di auto salvezza, garantite dalla ricchezza e dallo sfruttamento. I toni dei profeti, su questo punto, sono asperrimi. Sentite, ad esempio, come Jhwh si rivolge ad Israele ancora per bocca di Geremia
Perché ti dovrei perdonare?
I tuoi figli mi hanno abbandonato,
hanno giurato per chi non è Dio.
Io li ho saziati ed essi hanno commesso adulterio,
si affollano nelle case di prostituzione.
Sono come stalloni ben pasciuti e focosi;
ciascuno nitrisce dietro la moglie del prossimo.
Non dovrei forse punirli per questo?
(Ger. 5, 7-8)
O per quella di Osea:
Scoprirò allora le sue vergogne
agli occhi dei suoi amanti
e nessuno la toglierà dalle mie mani.
Farò cessare tutte le sue gioie,
le feste, i novilunni, i sabati e tutte le solennità.
Devasterò le sue vigne ed i suoi fichi,
di cui essa diceva:
"Ecco il dono che mi han dato i miei amanti".
(Os. 2, 12-14)
Ma la critica dei profeti assume anche un'interessante coloritura sociale: non solo Israele è infedele a Dio, e si "prostituisce" invocando altri dei, ma schiaccia i poveri, gli orfani e le vedove, ovvero i deboli che nessuno, se non la legge di Dio, protegge. Questo atteggiamento provoca lo sdegno dei profeti che, a nome di Dio, denunciano senza mezze misure questo sconcio. Sono in particolare le parole di Amos a dar voce al tema:
Per tre misfatti d'Israele
e per quattro non revocherò il mio decreto,
perché hanno venduto il giusto per denaro
e il povero per un paio di sandali;
essi che calpestano come polvere la testa dei poveri
e fanno deviare il cammino dei miseri...
(Am. 2, 6-7)
Essi trasformano il diritto in veleno
e gettano a terra la giustizia
(Am. 5,7)
Ascoltate questo, voi che calpestate il povero
e sterminate gli umili del paese,
voi che dite "Quando sarà passato il novilunnio
e si potrà vendere il grano?
E il sabato, perché si possa smerciare il frumento,
diminuendo le misure e aumentando il siclo
e usando bilance false,
per comprare con denaro gli indigenti
e il povero per un paio di sandali?
Venderemo anche lo scarto del grano".
Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe:
certo non dimenticherò mai le loro opere.
Non forse per questo trema la terra,
sono in lutto tutti i suoi abitanti,
si solleva tutta come il Nilo,
si agita e si riabbassa come il fiume d'Egitto?
(Am. 8, 4-8)
3) Di fronte a tanto male, a tanta ingiustizia, Israele si trova quindi nella condizione di essere punito, umiliato e deportato. Ma questa esperienza fa sorgere nella letteratura profetica la speranza che, passato il tempo del giusto castigo, un gruppo di ebrei fedeli torni a gustare le delizie dell'alleanza in una terra finalmente rappacificata in tutte le sue dimensioni: militari, certo, ma anche internazionali (la pace è per tutti) e cosmiche. La venuta di questo tempo di pace (shalom) è legata all'attesa della venuta d'un uomo di Dio, il messia (mishà, l'unto), che rifonderà l'alleanza e renderà storiche tutte le promesse ed i desideri più profondi e veri del popolo. E qui occorre allora richiamare uno dei testi più famosi dei profeti e più cari alla sensibilità cristiana, che ha sempre letto in Is. 9, 1-6 una profezia della venuta di Gesù. Il testo è una perla letteraria, dal forte impatto poetico come tutti i testi del "primo Isaia". Dopo l'incipit indimenticabile (Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce), s'annuncia la venuta di un clima di festa legato alla fine della guerra. Si gettano via gli abiti militareschi e si bruciano i mantelli sporchi di sangue:
Poiché un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il segno della sovranità,
ed è chiamato
Consigliere ammirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace;
grande sarà il suo dominio
e la pace non avrà fine
sul trono di Davide e sul regno,
che egli viene a consolidare e rafforzare
con il diritto e la giustizia, ora e sempre;
questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.
(Is. 9, 5-6)
Ecco il nuovo ribaltamento: il "Signore degli eserciti", con la venuta del Messia, crea le condizioni per la pace perenne. Uno shalom fondato sull'unione fisica di "giustizia e pace) che, finalmente e per sempre si "baceranno" (Sal. 85(84) 11.)per fondare un vero diritto, che non sia l'espediente usato dal più forte per giustificare il male, rendendolo legale.
Questo consentirà alla piccola fetta di popolo restata fedele (il "resto" d'Israele cfr. Is. 10, 20-23), di rinnovare l'alleanza con Jhwh in favore di tutti i popoli. La più solenne consacrazione di questa teologia sta in Ger. 31, 31-24: la "nuova alleanza" comporta certo la fedeltà vicendevole tra "il resto" e Jhwh, ma anche un nuovo rapporto con la "legge", che non sarà più solo un elenco di atti rituali da compiere od evitare, ma costituirà sempre più un rinnovamento del "cuore", cioè della sede più profonda dell'intelligenza e della volontà dell'uomo. Questo "cuore nuovo" è dono dello Spirito di Dio:
Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito in voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi.
(Ez. 36. 26-27)
Questa prospettiva di speranza potente e vigorosa, apre agli ebrei la prospettiva di una speranza più ampia della vita stessa. Non solo Israele, ma tutti i popoli, della terra "invaderanno" Gerusalemme non più per la guerra ma per la pace: si può leggere al proposito Is. 60 (testo del cosiddetto Terzo Isaia), che è un vero canto epico della pace, nel quale tutte le energie, le ricchezze e gli splendori dei popoli vengono alla città della pace (questo il significato del nome Gerusalemme) per la festa dello shalom. Ed infine non solo tutti i vivi, ma anche i morti non saranno abbandonati alla polvere ma, rigenerati dallo spirito di Dio, torneranno in vita per prendere parte alla grande festa della pace: il capitolo 37, la "profezia delle ossa aride" è un capolavoro letterario che racconta proprio questo straordinario ritorno di vita su una valle sterminata ricoperta di ossa umane. E' un testo che riecheggia la "risurrezione dei morti" cristiana, che Luca Signorelli (1445-1523) ha mirabilmente affrescato sulle parteti del duomo di Orvieto, tra il 1499 e il 1502, ispirando con la sua opera il "giudizio universale" della Cappella Sistina di Michelangelo Buonarroti.