I miracoli: cosa possiamo dirne?

Di Ettore Giribaldi

 

Intrigano e fanno problema. Ci sono scienziati che sono veri appassionati della materia, ed altri che li combattono con ogni mezzo, come se sopra ci si giocassero l’onore. Ma cosa si può dire davvero sui miracoli?

Mai come in questo tema è importante il punto di vista da cui si guarda la cosa e la definizione del concetto “realtà”, che ci portiamo appresso. E’ chiaro che, se partiamo dal presupposto che un miracolo non può esistere, concluderemo che questo non esiste! Il ragionamento è tanto scontato quanto banale. Per mettere subito le mani avanti diremo anche che non è “scientifico” affermare che i miracoli non esistono: infatti la scienza, per definizione, si fonda sull’esperienza e quindi può, al massimo, dire che un certo miracolo, che è stato studiato e verificato, non esiste: l’affermazione a priori su un tipo di fenomeni, non verificati sperimentalmente, sarebbe assurda. Tant’è vero che ci sono scienziati che affermano senza problemi non solo la possibilità, ma pure la realtà di alcuni miracoli, come ne esistono altri globalmente scettici.

Ma è altrettanto chiaro, che il cristianesimo, e la sua teologia, non si pongono gli stessi problemi dello scienziato.

Come in genere si dice in questi casi la scienza risponde alla domanda: come? Mentre la teologia cerca di spiegare i perché? Le due domande non sono, ovviamente, antitetiche, non si escludono a vicenda, anzi si integrano in modo profondo, ma la fede non si preoccupa tanto del dato materiale (come si svolge un fatto? Attraverso quali meccanismi fisici e/o biologici?), quanto di quelli sapienziali (che cosa dice a me questo fatto? Perché si è verificato? Che significato ha? Cosa implica?).

Il problema è nello stesso tempo antico e moderno. Fatti miracolosi, infatti, sono testimoniati in tutte le culture, le religioni ed in tutti i tempi, ed è quindi importante che, ogni volta che s’affronta il discorso su uno di questi fatti di cui abbiamo notizia, si parta dalla ricostruzione della rappresentazione del mondo, che si portava appresso l’estensore della testimonianza, nel momento in cui l’ha scritta. Solo a questo punto è possibile vedere, se questa concezione della realtà può aver influito nel modo in cui questo l’ha colta, pure ancora se l’autore era in malafede e perché.

Ma il discorso non si limita al passato, giacché il cattolicesimo (ma non solo) afferma che i miracoli avvengono tutti i giorni, e di alcuni di questi vi è una traccia chiara, studiata in modo scientifico. E’ il caso della proclamazione dei santi e dei beati da parte della Chiesa, che chiedono sempre la documentazione di una guarigione prodigiosa, clinicamente documentata e non spiegabile sul piano clinico.

Quindi, secondo il cristianesimo, i miracoli accadono qui e oggi. Ma qual'è il “punto di vista” da cui si pone la Chiesa per studiarli? Qual'è il “prototipo” di miracolo cristiano. La risposta è semplice, ed anche piuttosto scontata: alla radice ci sono i miracoli di Gesù Cristo.

Per questa ragione, nella prima parte della nostra lezione, prenderemo in considerazione il modo in cui la Bibbia parla dei miracoli, concentrandoci in particolare su due celebri miracoli di guarigione di Gesù, da cui ricaveremo il pensiero cristiano su questi eventi.

 

I Miracoli e La Bibbia

a) Antico Testamento

Nella Bibbia troviamo raccontati molti miracoli di diverso tipo. Noi, per scelta, ci occuperemo solo di quelli che comportano l’intervento di Dio sul corpo di un uomo, ma esistono anche le “teofanie” (sconvolgimenti della natura che indicano la presenza di Dio), gli interventi di Dio sulla natura con uno scopo preciso (es. aprire il Mar Rosso per farci passare gli ebrei in fuga dall’Egitto), e così via.

Nella mentalità dell’Antico Testamento tutto ricade assolutamente sotto la signoria di Dio, che opera liberamente: come e quando vuole. Ma Dio ha, per così dire, impegnato la sua libertà nei confronti del Popolo di Israele, promettendogli di intervenire in suo favore (il nome stesso di Dio: JHWW, può essere interpretato come “io sarò presente”). Perciò Dio si rende presente nella storia degli ebrei, ma non direttamente, bensì attraverso persone, che Lui stesso suscita e sceglie tra il popolo, affidandogli un compito da eseguire a beneficio di tutti. Sono in particolare i “re”, i “sacerdoti” ed i “profeti” a svolgere queste funzioni istituzionali a nome di Dio.

Ora, spessissimo, il miracolo è il segno, che accredita la persona di fronte al popolo, confermandolo come uomo o donna di Dio.

In fondo siamo in una logica di questo tipo: Dio che ha agito ed agisce a favore d’Israele secondo la sua promessa, ed invia perciò questa persona a rappresentarlo. Il popolo riconosce in lui l’inviato, ma viene confermato nella sua intuizione dall’azione miracolosa operata da Dio.

Classico esempio di questa dinamica, è la storia della nascita d’Isacco, figlio di Abramo, che giunge a confermare la promessa d’Alleanza di Dio. In questo caso è Abramo stesso ad avere bisogno di conferme, tanto che giunge, ad un certo punto, a rinfacciare a Dio di avergli promesso una discendenza: «Mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Eliezer di Damasco» (Gn 15,2). Un uomo senza figli, in quest’epoca remotissima, è solo ed indifeso. Così si deve sentire Abramo quando rivolge a JHWH questa preghiera disperata.

La nascita di Isacco avverrà molto più tardi, in modo prodigioso: sia Abramo, che sua moglie Sara non sono infatti più in grado di generare (Gn 21, 1-7). E’ interessante notare che Dio non stravolge le leggi di natura (è normale che le donne partoriscano), ma fa in modo che la nascita di questo bambino possa essere letta da Abramo come un segno del suo intervento: del Dio nel quale aveva creduto.

In genere questa è la struttura mentale, che soggiace ai racconti di miracolo dell’Antico Testamento: ne è prova che il rifiuto di riconoscere JHWH come Dio comporta l’impossibilità di leggere in modo corretto i suoi “segni”, anche se questo comporta un caro prezzo da pagare. Possiamo, volendo, leggere in questo modo l’ottusa posizione del Faraone di fronte alle 10 piaghe inflitte da Dio, perché lasciasse partire il suo popolo (Es 6-11). Mancando la fede, insomma, non si comprendono i miracoli.

E questo vale anche per chi ha una fede molto distorta, come nel caso di Naaman il Siro (2Re 5). E’ un racconto simpatico e molto colorito: questo Naaman, un condottiero non ebreo malato di lebbra, sente parlare da una sua serva del profeta Eliseo. Si fa quindi raccomandare dal suo re, presso il re d’Israele (minacciando velatamente delle ritorsioni in caso di mancata guarigione).

Interviene però il profeta che prescrive a Naatan di bagnarsi 7 volte nel fiume d’Israele: il Giordano. Il notabile straniero, che s’aspettava chissà che complicato rituale magico, lì per lì si sente preso in giro, ma poi fa come gli ha detto il profeta e viene guarito… e per di più gratis! Giacché Eliseo non vuole i munifici regali, che questi s’era portato dietro dal suo paese. In conclusione Nataan, però, riconosce JHWH come Dio, e che “c’è un profeta in Israele”. Questa è la ragione per cui Dio lo ha guarito.

 

b) Nuovo Testamento.

Nel Nuovo Testamento l’attività taumaturgica è evidente: Gesù, stando al racconto dei vangeli, ha compiuto un numero enorme di miracoli. Per farcene un’idea basta che scorriamo il vangelo di Marco: il più antico dei 4. Nei primi 10 capitoli, quelli che raccontano in pratica la predicazione i Gesù, troviamo miracoli ed esorcismi quasi di continuo: sembra che Gesù non abbia fatto altro!

Possiamo dare un valore storico a questi racconti?

La risposta è sì, perché tutti i criteri usualmente utilizzati per la valutazione critica del valore storico dei racconti, in questo caso fanno pendere la bilancia in questa direzione.

Vediamo i principali:

a) Molteplice attestazione (se più fonti concordano nell’affermare un fatto è probabile che questo sia storicamente fondato): nel nostro caso tutti i testi del Nuovo Testamento (27 scritti diversi) concordano esplicitamente o implicitamente sull’attività taumaturgica di Gesù. In non pochi casi lo stesso miracolo è narrato da più autori.

b) Discontinuità/continuità con l’ambiente culturale (come si pone il racconto con la cultura che l’ha prodotto? E’ probabile che sia un’invenzione di quel popolo? Di quel tempo?) Per i miracoli di Gesù la risposta è complessa: da una parte Gesù viene riconosciuto come profeta per i suoi miracoli (perché come i profeti dell’Antico Testamento offre dei “segni” del suo essere stato mandato da Dio). Nello stesso tempo, però i suoi segni sono ambigui, perché Gesù non agisce “in nome del Dio d’Israele”, ma in nome proprio. E questo determina negli spettatori delle reazioni estreme: o di fede o di rifiuto (fino al desiderio di condannarlo a morte).

c) Continuità con l’ambiente che da Gesù si è sviluppato. E’ questo un argomento molto interessante: ci si domanda, in sostanza, se i miracoli di Gesù possano essere una retrodatazione di quelli della Chiesa. La risposta, in questo caso, dev’essere no: è evidente, infatti, che i miracoli attribuiti agli apostoli (sono quasi tutti narrati negli Atti degli Apostoli) sono infinitamente meno di quelli attribuiti a Gesù. Come lo si potrebbe spiegare? Se la Chiesa delle origini si fosse inventata i miracoli di Gesù per attirare gente al suo interno, a maggior ragione se ne sarebbe attribuiti altrettanti operati in suo nome…

Occorre, infine, ricordare che lo stile con cui sono narrati i miracoli di Gesù è assolutamente semplice, diremmo quasi “minimalista”. Sembra che fare miracoli fosse, per Gesù, un gioco da ragazzi: in tutta la letteratura miracolistica del suo tempo, invece, i racconti si dilungano a descrivere gli sforzi (e di conseguenza la grandezza) del taumaturgo, che di solito opera con rituali strani e misteriosi (laddove Gesù, quasi sempre, se la “cava” con la sua parola). Si ricordi, infine, che i racconti del miracoli di Gesù hanno costituito un nucleo molto arcaico di racconti, attorno al quale si sono costituiti i vangeli. Racconti, insomma, prima narrati e poi presto scritti, quando ancora i testimoni erano vivi: come sarebbe stato possibile mentire di fronte a coloro che c’erano, che avevano visto e conosciuto il Signore e che potevano quindi facilmente smentire la parola degli apostoli se questa fosse stata falsa?

D’altro canto anche gli antichi scritti ebraici anti-cristiani che parlano di Gesù non ne negano l’attività taumaturgica, ma affermano che proveniva dalla magia (in sostanza da Satana). (Facciamo riferimento al “Talmud Babilonese” che afferma appunto che Gesù aveva “praticato la magia”. Cfr: R. PENNA, L’ambiente storico culturale delle Origini cristiane, Bologna 1986, pag. 261).

Dal punto di vista dell’analisi critica, perciò, è estremamente probabile che i miracoli di Gesù abbiano un fondamento storico, e che ci siano stati uomini e donne conviti di essere stati guariti da Lui.

A questo punto possiamo osservare, per capirli meglio, due miracoli di guarigioni narrati nei vangeli: quello del paralitico risanato e quello dell’emoroissa. Entrambi molto famosi, li leggiamo nella versione dell’evangelista Marco:

Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male. Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?». Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace e sii guarita dal tuo male». (Mc. 5, 25-24)

 

Il racconto è curato, narrato facendo attenzione ai particolari. Per comprenderlo fino in fondo è necessario ricordare che la donna mestruata era considerata “impura” dalla legge mosaica (Cfr. Lv. 15) e tale si sentiva questa donna: isolata socialmente e lontana da Dio, al quale non si poteva accostare senza previa purificazione.

Comprendiamo di conseguenza anche il suo timore nell’accostarsi a Gesù: toccandolo gli avrebbe trasmesso la sua impurità e lo avrebbe obbligato ad un fastidioso rito di purificazione. Ma, ed è questa la chiave del racconto, la donna emorroissa crede nella possibilità di essere guarita da Gesù. Ci crede talmente, che è pronta a superare ogni ostacolo, ogni tabù culturale, pur di arrivare a Lui per affidargli in qualche modo la sua vita. E’ questa “fede” che sta alla base del miracolo, come afferma Gesù stesso in chiusura del racconto.

E’ interessante in questa narrazione, cogliere come il miracolo non provoca la fede della donna, ma, appunto, ne consegue. E’ questa una linea classica nei Vangeli; addirittura in Mc 6,5 si distingue tra “miracolo” e “guarigione”, dicendo che Gesù, tornato nella sua Nazaret, ed avendovi trovato un ambiente ostile: “non vi potè operare nessun miracolo (perché non c’era fede), ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì (guarigione che non è, dunque, un miracolo)”.

 

Passiamo ora ad un altro celeberrimo racconto, quello del paralitico risanato:

Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola.

Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov'egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua».

Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!». (Mc. 2, 1-12)

Di nuovo troviamo la freschezza dello stile di Marco, e la sua attenzione agli aspetti psicologici (ciò che viene pensato nel cuore…). Anche in questo racconto la “fede” di chi chiede il miracolo è premessa essenziale, perché Gesù si muove “Vista la loro fede”.

Ma qui c’è un elemento nuovo: il rapporto tra il “peccato” ed il “male”, che nella tradizione biblica sono uno la conseguenza dell’altro. Gesù, allora, libera il paralitico dalla radice stessa del suo male (il peccato) e poi, vista la reazione degli scribi, lo guarisce.

Puntiamo l’attenzione su questi “maestri della legge”: dicono «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?», ed in fondo hanno ragione. Gesù sta proprio dicendo di essere Dio. Infatti: se i peccati sono un’offesa a Dio, solo Lui li può perdonare, ma se Gesù dice: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati», si mette indiscutibilmente sul piano di Dio. Per inciso sarà proprio il reato di bestemmia che, nel tribunale ebraico del Sinedrio, farà decretare la morte di Gesù (Mc 14, 64), ed il Signore, quindi, si è messo in una brutta situazione, dicendo quel che ha detto.

A questo punto, però, il racconto ha una svolta in virtù dell’irruzione del miracolo: Gesù, infatti, scompiglia le carte affermando che il “segno” della guarigione è più facile di quello del perdono dei peccati. Ora, siccome gli scribi credono solo a quello che vedono (non così il paralitico ed i portantini che hanno fatto di tutto pur di arrivare a Gesù), allora il Signore compie il prodigio, che per quelli che già credevano in Lui è un vero e proprio miracolo (nel senso che porta loro la salvezza), per gli altri non è proprio nulla, tant’è che di lì a poco condanneranno Gesù nonostante i suoi miracoli.

 

Conclusioni

Cosa si può ricavare da questa analisi del miracolo nella tradizione biblica cristiana? Cosa si deve dedurre?

Innanzitutto dobbiamo aver presente che, in termini di storia delle idee, i miracoli hanno cominciato a costituire un grosso problema solo in epoca moderna (più o meno, quindi, dal ‘600 in poi) prima non si discuteva la possibilità e la realtà dell’intervento di Dio nella storia e sulla natura. E questo non perché gli antichi fossero più sciocchi, ma perché la loro cultura si muoveva da una diversa concezione del mondo. Sono stati, infatti, i primi filosofi della scienza, e poi gli illuministi a puntare l’attenzione sui dati fisici e sull’”esperienza” come fonte della verità (scientifica). Nei secoli precedenti la natura, il corpo, il cosmo erano prevalentemente considerati un libro nel quale Dio aveva scritto un messaggio, che gli uomini saggi ed acuti spiritualmente erano in grado di leggere.

E sono proprio i filosofi moderni i primi a mettere in discussione il miracolo. Vale la pena ricordare, almeno,  Baruch Spinoza (1632/1677), che ammirava la natura, ma pensava che Dio e la natura fossero la stesso cosa. Quindi, argomentava, le leggi della natura sono le leggi di Dio e non si possono modificare. Quindi il miracolo non esiste.

Su posizioni altrettanto negazioniste si trova il filosofo inglese David Hume (1711/1776), per il quale esiste solo ciò di cui si può fare esperienza (empirismo). Ora il miracolo è per lui qualcosa di mai esperito e quindi impossibile.

Ma la posizione forse più intrigante è quella di Francois-Marie Arouet Voltaire, che riteneva il miracolo un insulto a Dio. Se infatti questo fosse possibile, Dio contravverrebbe alle leggi di natura che Lui stesso ha creato. Ma così facendo o dimostra che queste leggi sono imperfette (ed allora perché le ha promulgate?), oppure compie un’ingiustizia mutandole (e allora che razza di Dio è?).

Sono ragionamenti che suonano oggi un po’ ridicoli, per la forzatura del senso della realtà che contengono, ma che hanno comunque determinato un’epoca, fino a portare con sé conseguenze abbastanza divertenti. Basti pensare, ad esempio, all’invenzione dello “spiritismo”, che tra la fine dell’800 ed i primi anni del ‘900 ha coinvolto numerosissimi gentiluomini e scienziati, che si sono fatti letteralmente menare per il naso da prestigiatori di mediocre valore, che assicuravano di essere in contato con spiriti e fantasmi. Qual’era la forza attrattiva della loro proposta? Semplice: la “sperimentabilità scientifica”. I “medium”, infatti, convincevano i loro creduloni seguaci di portare la prova scientifica (fondata su prove sperimentali e ripetibili), dell’esistenza della vita oltre la morte e dell’al di là. Ed erano, per questo, convinti di aver trovato la strada giusta per mandare una volta per tutte in pensione il cristianesimo e le sue strane credenze. La storia, poi, è andata diversamente, ma questa un’altra faccenda…

Ma cosa dicono oggi il cristianesimo e la teologia sui miracoli?

Premesso, come si ricordava all’inizio, che per la Chiesa i miracoli sono oggi assolutamente presenti nella storia quotidiana, per il cattolicesimo non ogni cosa inspiegabile è un miracolo. Nonostante quello che scrivono certi romanzi (La profezia di Celestino di James Redfield) o certi film (ad esempio: Stigmate, The body), il Vaticano non ha una sezione “X-files”, che si occupa di paranormale.

Come ha messo bene in luce il miracolo del paralitico, il miracolo è un’azione che porta alla domanda: chi è costui che opera in potenza? Chi si ferma all’oggettività fisica del miracolo, insomma, non lo coglie nel suo senso e nel suo valore.

Chi è costui che guarisce? Bisogna prendere posizione a favore o contro la persona di Gesù Cristo, non sul miracolo in sé. Ogni “segno”, infatti, sarà sempre abbastanza chiaro per confermare e far crescere la fede di chi crede e per lasciare intatto lo scetticismo  di chi non crede. Ed è per questo che la Chiesa considera oggi “miracoli” sono quelle guarigioni documentate ed inspiegabili (e su questo punto si pronunciano gli scienziati), che fanno immediato riferimento a Gesù Cristo direttamente o per intercessione di un santo. E che provocano (avvenendo pubblicamente) una guarigione completa ed irreversibile in un paziente con diagnosi infausta: tutte caratteristiche, queste, che furono proprie dei miracoli di Gesù.

Ma come risponde la Chiesa alle obiezioni degli scettici, in particolare dei filosofi che abbiamo citato prima?

Innanzitutto ricordando che il miracolo non contraddice le leggi di natura, ma ne rivela il senso profondo. La vera scienza, infatti, sa di non sapere tutto, ed è continuamente aperta alla novità della ricerca e della discussione sulle sue conclusioni. Solo così trova in sé la spinta a progredire.

Da questo punto di vista, allora, il miracolo è un fatto che s’inserisce nella prima grande rivelazione di Dio, che è la natura, il creato.

Così s’è espresso il papa, Giovanni Paolo II, in una sua catechesi del mercoledì, che aveva per tema proprio i miracoli:

La verità sulla creazione è la prima e fondamentale verità della nostra fede. Non è tuttavia l'unica né la suprema. La fede ci insegna che l'opera della creazione è racchiusa nell'ambito del disegno di Dio, che col suo intendimento giunge ben oltre i limiti della creazione stessa. La creazione - particolarmente la creatura umana chiamata all'esistenza nel mondo visibile - è aperta ad una destinazione eterna, che è stata rivelata pienamente in Gesù Cristo. Anche in lui l'opera della creazione viene completata dall'opera della salvezza. E la salvezza significa una nuova creazione (cf. 2 Cor 5,17; Gal 6,15), una "creazione di nuovo", una creazione su misura del disegno originario del Creatore, un ristabilimento di ciò che Dio aveva fatto e che nella storia dell'uomo aveva subìto lo sconvolgimento e la "corruzione" conseguiti al peccato. I miracoli di Cristo rientrano nel progetto della "nuova creazione"e sono quindi collegati con l'ordine della salvezza. Essi sono dei"segni" salvifici che chiamano alla conversione e alla fede e su questa via, al rinnovamento del mondo sottomesso alla "corruzione" (cf. Rm 8,19-21). Essi dunque non si arrestano all'ordine ontologico della creazione ("creatio"), che pure toccano e riparano, ma rientrano nell'ordine soteriologico della nuova creazione ("re-creatio totius universi"), del quale sono coefficienti e al quale, come "segni" rendono testimonianza.

Nella visione cristiana della realtà, quindi, il creato, con la sua bellezza e la sua perfezione, ma anche con i suoi limiti, tende a manifestare pienamente lo splendore del Suo Creatore. E questo è già avvenuto con il fatto-chiave della storia: la resurrezione di Gesù, che coincide con la sconfitta definitiva della morte, segno primo e drammatico del peccato (Gn 3,19; Rm 5, 19). Il creato, quindi, è chiamato ad essere perfetto e predestinato a vivere in Dio, nella perfezione del Suo Amore. Questo è l’unico destino che Dio ha preparato per tutti i suoi figli che liberamente vorranno segurlo nell’Amore.

Questa realtà che un giorno sarà, viene pregustata dai fedeli nella fede, che, quando Dio lo ritiene, trovano nel miracolo un pungolo che li stimola ad una fede più autentica e liberante.

Per questo i miracoli sono, per la Chiesa, segni evidenti dell’amore di Dio, verso chi affida la propria vita nelle mani di Dio, perché Lui possa compiere le sue meraviglie.

Infine i miracoli hanno per il cristiano il senso di indicare il futuro incorruttibile, a cui ogni cosa è chiamata: i “cieli e la terra nuova” di cui parla l’Apocalisse (Ap 21,1), un futuro nel quale il corpo mortale sarà rivestito d’incorruttibilità (1 Cor 15,53). Un corpo innalzato alla gloria della vita di Dio, oltre il limite del peccato e della morte. Una carezza di Dio, per il fedele, che vive il travaglio della croce e la fatica della fede.