I Santi. Teologia ed iconografia
Mappa concettuale
1. "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù" (Fil 2,5)
dice l'apostolo Paolo, e questo ideale di essere nella storia un "altro Cristo",
è centrale nel progetto di vita di ogni cristiano: è questa la santità. Lui,
infatti, è l'"Alfa" e l'"Omega" (Ap. 1,8): il principio a cui la creazione è
ispirata ed al quale tende. Perciò ogni uomo e ogni donna che il Signore ha
salvato, trova il senso del suo essere al mondo nell'imitazione di Lui.
2. Alcuni cristiani vivono in modo particolarmente limpido ed eloquente questa
vocazione comune alla santità: sono come i campioni dello sport, che portano al
massimo livello caratteristiche che, in fondo, ha ogni uomo. In alcuni casi
queste caratteristiche da campioni (la Chiesa le chiama "virtù eroiche") vengono
riconosciute ufficialmente al termine di un processo detto "canonico".
3. I santi nella Chiesa hanno funzione di: esempio e di intercessione. Sono
occasione di speranza per quelli che camminano nella storia, sia riguardo al
loro personale destino, sia su quello dei morti. Per questo il calendario della
chiesa festeggia moltissimi santi (nell'anniversario della loro morte) e c'è
l'uso di dare ai bambini il nome di un santo, festeggiandolo poi nella
ricorrenza (onomastico).
4. Nella storia dell'arte cristiana i santi sono raffigurati spessissimo: di
solito in relazione a Dio, presso il quale stanno in funzione di intercessori.
Talora sono raffigurati in episodi importanti della loro esistenza, ed allora
servono da esempi per i cristiani. In non pochi casi l'arte sottolinea il nesso
tra il/la santo/a e Gesù Cristo (tipico il caso dei martiri o di alcuni santi,
il più famoso dei quali è san Francesco d'Assisi). In altri casi l'arte
cristiana si spinge a raffigurare la speranza della vita con Dio: il paradiso.
In questi casi l'arte diventa sostegno alla fatica del cammino della vita ed
occasione di speranza: un giorno tutti gli uomini torneranno "a casa", per
godere del "posto" che Gesù ha promesso di preparare per tutti (Gv. 14,2
Quadro generale
a) Esiste un solo destino pensato da Dio per l'uomo: la santità. Al di là delle possibili interpretazioni di questo termine, e di come questo è stato compreso nella storia, alla radice del discorso cristiano c'è l'idea che una è la fonte della vita: il dio/trinità. Lo stesso Dio che ha creato l'umanità, perché questa fosse felice nel rapporto con Lui, e che quindi attende ogni suo figlio, nell'eternità, per vivere con Lui nella pace e nella gioia dello stare insieme.
b) Perché questo disegno di luce
si realizzi, l'uomo è chiamato a rispondere con libertà e retta coscienza alla
vocazione alla quale Dio lo ha chiamato. E così, infatti, Paolo esprime in forma
d'invocazione il destino a cui l'uomo è chiamato (Ef. 1, 17-18):
Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno
spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui.
Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente, per farvi
comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la
sua eredità fra i santi.
Ma questo "tesoro di gloria" consiste, né più né meno, nello sforzo di
incarnare ogni giorno la vita, i valori e le scelte di Gesù Cristo, unico
"rivelatore" di Dio nella storia. Ancora Paolo esprime questa necessità con
assoluta chiarezza, esortando i cristiani della cittadina di Filippi ad "avere
in voi gli stessi sentimenti che furono di Gesù Cristo". In questo, ed in
null'altro, consiste la santità in senso cristiano. Il santo è un "campione"
nell'imitare Gesù Cristo. Sono infatti continui i richiami dei Vangeli (in
particolare quello di Matteo) a scelte concrete e coerenti con la sequela di
Gesù. Il Signore, insomma, invita i suoi seguaci ad una vita che manifesti la
verità della scelta per Dio ("Così risplenda la vostra luce davanti agli
uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che
è nei cieli". Mt. 5,16).
c) Ma c'è il pericolo di scoraggiarsi. Imitare Gesù Cristo non è impresa semplice: sia perché (per i cristiani) Gesù è Dio, sia perché la sua strada conduce alla croce. E proprio per questo nella tradizione cristiana vengono indicati i santi, che sono eloquenti imitatori di Gesù Cristo, persone che, con le loro scelte di vita, assicurano che l'"imitatio Christi" è possibile. Questa verità è particolarmente comprensibile guardando alla storia: in origine, infatti, i primi "santi" riconosciuti (della Chiesa gerarchica e dal popolo di Dio) sono stati i martiri, uccisi nel corso delle persecuzioni scatenate a più ondate dall'Impero Romano contro la nascente chiesa cristiana. Il "fecondo" sangue dei martiri, come lo chiamavano i Padri, ha permesso alla chiesa di crescere, permettendo ai fedeli di vedere in quanti sacrificavano la vita per la fede, una viva riproposizione del sacrificio di Gesù in quell'uomo o donna che restavano fedeli fino alla fine. Nei secoli successivi la Chiesa ha sempre cercato questo tratto di "martirio" nella vita di quanti proclamava santi. "Martire", infatti, vuol dire "testimone" in lingua greca, ed ogni santo è un'incarnazione speciale della grandezza di Gesù, che si evidenzia in qualche tratto della biografia di quella persona. Tutti diversi, insomma, i santi, ma tutti grandi imitatori di Gesù, al servizio della speranza di tutti i cristiani che, guardando loro, possono sperare di raggiungere anche loro la santità.
d) E' chiaro che i "santi" li
proclama Dio: secondo la dottrina cristiana ogni fedele, dopo la morte, ha un
incontro con Dio. E di fronte alla grandezza d'Amore di Dio la vita di ciascuno
viene giudicata (appunto) sull'amore. Come insegna San Paolo non restano né la
fede né la speranza, ma solo la Carità (cioè l'Amore) e su questo l'uomo viene
giudicato (1 Cor 13,13).
Quanti sono i salvati? Solo Dio lo sa, e la Chiesa incessantemente prega per i "morti
dei quali solo tu, Dio, hai conosciuto la fede". Se, infatti, la tradizione
teologica e dogmatica cristiana sull'al di là ha affermato, con serietà
l'esistenza di uno stato di felicità con Dio (paradiso), di uno stato di
esclusione radicale dal rapporto vitale con Lui (inferno) ed uno stato di
purificazione, nel quale le preghiere dei vivi possono aiutare i morti a
raggiungere la pienezza della comunione con Dio (purgatorio), la stessa
tradizione non ha mai detto quante e quali siano le persone, che raggiungono
questi tre stati di esistenza. Se quindi è giusto sperare e pregare per la
salvezza di tutti, è assolutamente normale pensare che i santi siano moltissimi:
molti più di quelli che la Chiesa ha conosciuto e canonizzato. Per questo è
stata istituita nel calendario liturgico la festa di "Tutti i santi" (1
novembre) nella quale la Chiesa prega così:
"Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa la gioia di celebrare in
un'unica festa i meriti e la gloria di tutti i Santi, concedi al tuo popolo, per
la comune intercessione di tanti nostri fratelli, l'abbondanza della tua
misericordia. Per il nostro Signore Gesù Cristo tuo Figlio, che è Dio, e che
vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei
secoli".
E questa "gioia" si estende, nella speranza, a tutti i defunti, che vengono
commemorati il giorno dopo (2 novembre), per i quali si prega perché raggiungano
il paradiso:
"Ascolta, o Dio, la preghiera che la comunità dei credenti innalza a te nella
fede del Signore risorto, e conferma in noi la beata speranza che insieme ai
nostri fratelli defunti risorgeremo in Cristo a vita nuova. Per il nostro
Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te , nell'unità
dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli".
e) I "santi" onorati dalla Chiesa
sono, quindi, solo una parte di quanti, sono "parà Thèos" (di fronte a
Dio, una delle possibili origini del termine "paradiso". L'Apocalisse di
Giovanni li descrive così: "Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che
nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano
in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e
portavano palme nelle mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al
nostro Dio seduto sul trono e all'Agnello»". I nostri "santi" sono dunque
parte di questa "moltitudine immensa", che in qualche modo sono stati
riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa. Questa ha una prassi secolare ormai
consolidata per "proclamare" i santi. Si tratta di un cammino in due tempi: la
proclamazione della persona come "beato", prima, e come "santo", poi.
La differenza tra i due livelli sta nel grado di ricerca e studio che la Chiesa
mette nella verifica della vita del fedele in questione. Il tutto comincia, di
solito, in modo spontaneo: dopo la morte di alcuni fedeli, altri superstiti,
convinti che lui o lei siano "santi dopo un minimo di 5 anni dalla morte,
possono chiedere al vescovo dove la persona è morta, di aprire un processo per
verificare le "virtù eroiche" del fedele defunto. A questo punto il Vescovo
costituisce una commissione formata da teologi e storici, che hanno il compito
di raccogliere tutti gli scritti e le testimonianze (se ancora ve ne sono) sulla
persona defunta. Dopo aver verificato ogni cosa (compresa la sua sepoltura ed i
luoghi dove questi è vissuto) il tribunale diocesano verificherà l'esistenza di
una "guarigione" scientificamente non spiegabile: il "miracolo" ottenuto per
l'intercessione del santo, che per la tradizione cristiana è la conferma divina
della santità del fedele. Questa guarigione deve essere verificata sia sul piano
scientifico (e qui si devono pronunciare i medici) che su quello teologico. Se
tutto è a posto il vescovo dichiara chiusa la fase diocesana del processo e
trasferisce la causa a Roma, presso un organismo vaticano chiamato:
Congregazione per le cause dei santi. Qui gli atti vengono rivisti,
eventualmente ridiscussi, finché il tribunale decide che si può procedere e la
pratica è sottoposta al giudizio del Papa. Se anche lui dà via libera il fedele
può essere dichiarato "beato", e viene quindi venerato (nel giorno anniversario
della sua morte) nella diocesi da cui proveniva (o nella famiglia religiosa a
cui apparteneva).
Se la fama di santità, poi, continua e raccoglie consensi sempre più ampi, è
possibile aprire un secondo processo (questa volta direttamente a Roma) nel
corso del quale tutto viene ristudiato e ridiscusso. Si attende un nuovo
miracolo certificato e un nuovo pronunciamento del Papa. In questo caso, dopo
una nuova cerimonia, il fedele viene dichiarato "santo" e può essere
festeggiato, nel giorno della sua festa, in tutta la chiesa cattolica: cioè in
tutto il mondo. Una curiosità: certamente il maggior numero di santi e beati
proclamati sono ecclesiastici: preti, frati e suore. Questo non dipende dal
fatto che queste categorie siano più perfette di altre, ma dal fatto che di
solito sono le famiglie religiose a prendersi l'onere (anche finanziario) di
sostenere le ricerche storiche ed il processo canonico.
Da sempre c'è nella Chiesa l'uso di collegare alcuni santi ad alcune categorie
di persone di cui vengono dichiarati "patroni" (ad esempio San Matteo è patrono
dei banchieri perché era un esattore delle tasse), vi sono santi "patroni" di
parrocchie, città, nazioni e continenti. Spesso, poi, le famiglie cristiane
impongono al loro figlio o figlia il nome di un santo, invocando così il santo a
proteggere e guidare il piccolo ed augurando al figlio di imitare le virtù del
santo.
f) Il discorso sui santi, infine,
permette di comprendere meglio la concezione cristiana sul tempo. Dal punto di
vista della fede cristiana, i santi sono uomini e donne reali e storici, ma che
ora vivono nell'eternità della relazione con Dio e, in virtù di questo stato di
vita, possono compiere la loro "intercessione" nei confronti dei vivi. E ciò
vuol anche dire che, nella visione cristiana, il tempo è relativo (=in
relazione) al rapporto fondante e stabile con Dio. Ognuno, vivo o morto, vive il
presente della relazione con Dio, anche se lo stesso Dio ha posto ciascun uomo
nella storia, perché liberamente si realizzi attraverso una vita coerente e
buona.
In questo modo eternità e tempo non sono concetti antitetici, ma entrambi
relativi alla relazione stabile con Dio.
I Santi
nell'arte cristiana
Le dimensioni principali, che abbiamo studiato nella trattazione teologica del
discorso cristiano sui santi si colgono con grande chiarezza nell’arte
cristiana, che da sempre raffigura i santi per esprimere visivamente il discorso
sul senso della vita, sulla morte e sulla vita eterna.
1) I defunti vivi in Cristo
Tra le più antiche raffigurazioni cristiane, spiccano quelle delle Catacombe
Romane, nelle quali, con una certa frequenza, il defunto viene raffigurato sulle
pietre tombali come vivente.
Il caso che riportiamo qui sotto è quello della tomba di Alexanda, ritrovata a
San Callisto. L’iscrizione augura la pace alla defunta (come anche il disegno
della colomba, simbolo di pace, conferma). Vi è poi la raffigurazione della
defunta, vestita con una tunica e ben definita anche nei tratti somatici
(capelli corti e volto): la posizione che assume è quella dell’”orante” con le
braccia aperte e le palme delle mani rivolte a Dio. Questa era probabilmente la
posizione che gli antichi cristiani assumevano per pregare, ed in questa stessa
posizione i superstiti di Alessandra hanno voluto pensare la loro morta, in un
eterno atto di relazione con Dio, che è fonte della vita.

2) L’intercessione
Ma la raffigurazione assolutamente più tipica del santo nell’arte cristiana è
quella dell’intercessione. Vediamone un esempio:

In questa pala d’altare del tardo ‘400 viene raffigurata la Madonna con in
braccio Gesù, che è uomo, certo, ma anche Dio. Alla destra della Vergine (la
sinistra di chi guarda) c’è san Giovanni Battista (colui che per primo riconosce
in Gesù “l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv. 1,29), lo
riconosciamo dall’abito di pelle di cammello, che sta sotto il manto purpureo e
dal cartiglio che dice appunto “Ecce agnus dei” Sull’altro fianco un
santo vescovo, probabilmente Sant’Agostino, che tradizionalmente viene
raffigurato con le insegne episcopali (la mitra, quello speciale cappello a
punta, il bastone pastorale e l’anello al dito). Tutte le figure recano attorno
la testa un’”aureola” che è sostanzialmente un raggio della luce divina, segno
che i protagonisti della scena sono in paradiso con Dio. E proprio questo stare
vicino a Dio, avere familiarità con Lui, potergli parlare come nel corso di una
conversazione è il senso dell’intercessione.
Non a caso talvolta il fedele si fa raffigurare nella scena. E’ il cosiddetto
“offerente”:

In questa bella icona di Rosso Fiorentino, troviamo lo stesso soggetto: la
Vergine col Bambino) alla sua destra (il lato importante) di nuovo San Giovanni,
a sinistra San Gerolamo, l’austero traduttore della Bibbia latina della
“vulgata” (era un eremita, ecco perché è raffigurato con abiti poveri, e reca in
mano il libro delle Scritture).
Alle spalle dei Santi e della Vergine troviamo due che santi non sono: non hanno
in fatti le aureole attorno alla testa. Si tratta di un frate francescano e di
un gentiluomo, con ogni probabilità colui che ha commissionato e pagato l’opera.
In queste icone appare chiaro il discorso sulla “contemporaneità” dei santi con
Dio (il Bambino) e con gli uomini.
Ancora in epoca molto recente le icone sacre sono costruite in questo modo:
nella basilica salesiana torinese di Maria Ausiliatrice, ad esempio, Don Bosco
ha fatto realizzare il quadro della Vergine letteralmente attorniata di santi ed
immersa nella luce del Dio/trinità: il bimbo che ha in braccio, lo Spirito Santo
in forma di colomba e il Padre, simboleggiato appunto dalla luce.

3) Il santo, modello di vita
Ma, come si è detto prima, molto spesso il santo è, più semplicemente, un
modello da imitare, una vita che in modo eloquente incarna i valori del vangelo.
E’ il caso di questa icona medioevale che raffigura uno dei santi più famosi di
Francia: San Martino di Tour. Nato nel 316 dopo Cristo, Martino fu prima
cavaliere dell’esercito imperiale romano e poi iniziatore del monachesimo
transalpino. E’ notissimo l’episodio che questa miniatura raffigura: un giorno,
mentre Martino cavalcava il suo meraviglioso cavallo militare, incontra un
povero, che trema per il freddo. Impietosito, il soldato sfodera la spada e
divide in due il mantello consegnandone una metà all’indigente. Da questo
racconto (che segna la conversione di Martino) nasce la leggenda dell’estate di
San Martino (11 novembre): un giorno mite in pieno inverno a memoria di quel
gesto di carità.
In questo caso il quadro raffigura un fatto storico ed indica nell’azione del
santo un comportamento concreto da seguire da parte dei fedeli.

4) I santi: imitatori di
Cristo.
Dicevamo che il santo è “perfetto imitatore di Cristo” e, nella tradizione
cristiana, l’uomo che forse ha meglio incarnato questo ideale di radicalismo
evangelico è San Francesco d’Assisi.
Assolutamente affascinante nella sua povertà spoglia e nella semplicità profonda
dei suoi insegnamenti ed atteggiamenti spirituali, Francesco ha voluto prendere
sul serio l’invito di San Paolo di cui dicevamo in apertura: “abbiate in voi
gli stessi sentimenti che furono di Gesù Cristo” (Fil. 2,5) . E questo
atteggiamento di omologazione al Signore incarnato, gli viene riconosciuto: sia
dall’alto (è il primo santo a ricevere nel suo corpo i segni della passione del
Signore, le stigmate), sia dal basso. I suoi frati, prima di tutto, ma poi anche
una schiera di fedeli suoi contemporanei e poi nei secoli successivi hanno
ammirato in Francesco l’”alter Christus”.
Questa linea interpretativa della figura del Santo d’Assisi (ma che è poi comune
ai santi) ha portato anche gli artisti a creare icone eloquenti che vanno in
questa direzione. Qui proponiamo il confronto tra due celeberrimi affreschi di
Giotto: la deposizione di Cristo, della Cappella degli Scrovegni a Padova, e la
morte di San Francesco, affrescata nella basilica superiore di Assisi.
Un semplice confronto stilistico chiarisce che Giotto ha raffigurato Francesco
morto, come Gesù deposto dalla croce. Diversi sono ovviamente i protagonisti, ma
quasi uguale è la disposizione degli astanti ed identico è il clima di tristezza
carico di speranza, che emana dalle pitture. La croce (nel caso di Gesù) e la
morte (in quello di Francesco), persino i segni alle mani ed ai piedi sono la
strada necessaria nel cammino verso la gloria della risurrezione. Lo stesso
cammino che attende i fedeli cristiani, che guardano le opere condividendo la
stessa fede e speranza dell’artista e dei committenti.

5) I santi: occasione di Speranza
Ma i santi sono anche (e forse soprattutto), occasione di speranza. Sono
uomini che ci dicono che il nostro destino è in cielo (cfr: Col. 3,1-4), e che
le tribolazioni della quotidianità non esauriscono l’arco della realtà, che è
infinitamente più ampia e bella di ciò che i sensi percepiscono, perché sta
nelle mani di Dio.
A titolo di esempio di questa linea di pensiero proponiamo il grandioso affresco
della “Disputa del sacramento” dipinta da Raffaello nel 1509 in Vaticano, nelle
sale degli appartamenti papali.

L’icona è straordinaria per ricchezza e complessità: a noi basta cogliere che i
due registri: terreno e ultraterreno, storico e paradisiaco, sono raffigurati
uno sopra l’altro, separati da una cortina di nubi. Sia la Chiesa terrena, che
quella celeste sono disposte nello stesso modo (a semicerchio attorno a Dio). ad
indicare che, appunto, la Chiesa è una sola. Tra cielo e terra sta l’ostia:
sacramento della comune-unione con Dio, che di fatti è raffigurato
trinitariamente proprio sulla verticale dell’eucarestia.
Le 12 persone che stanno attorno al trono di Dio sono gli apostoli, a fianco del
Figlio di Dio stanno la Madre, Maria e San Giovanni. Una sola luce: quella di
Dio, illumina tutto il quadro, che nel complesso si presenta, appunto, come un
sostegno alla speranza. L’autore, e con Lui i committenti, volevano “far vedere”
con gli occhi dell’arte la meraviglia del Paradiso per confermare nei fedeli la
speranza, che la realtà ha il suo perno stabile in Dio.