TERRA D’ISRAELE, TERRA SANTA, PALESTINA: TRE IDENTITA’ A CONFRONTO

 

La situazione in medio-oriente, ed in particolare in Palestina, si fa ogni giorno più difficile. C’è chi presenta questa situazione come uno “scontro di civiltà”, chi come l’esito di politiche imperialiste, chi ancora come l’effetto del diffondersi di una nuova ideologia islamica, che sarebbe il vero pericolo del XXI secolo. Con il lavoro che questo mese vi offriamo vogliamo fornire un contributo da insegnanti di religione alla comprensione del problema. Perciò, guardando alla valle del Giordano, tentiamo di descrivere dal punto di vista storico prima, e religioso poi, i punti-chiave che definiscono l’identità dei tre monoteismi che in quella regione convivono. Lo abbiamo fatto usando per le tre relgioni lo stesso schema di presentazione, allo scopo di favorire il confronto.

Spunti interdisciplinari: Molte scuole stanno lavorando su questo tema, ed hanno fatto partire progetti diversi di “educazione alla pace”, o “laboratori di storia contemporanea”. Gli stessi programmi del quinto anno delle superiori, che impongono lo studio della storia del ‘900 porta ad approfondire questi temi. E’ un’occasione preziosa per l’Irc, di far capire la propria funzione d’indispensabile chiave di lettura dei fatti alla luce delle identità religiose.

Agganci didattici: Vengono quasi spontanei è la cronaca ad incalzare la scuola su questi temi. Può essere importante, però, proporre il discorso dal punto di vista della possibilità (magari faticosa e difficile) di costruire il dialogo per evitare i conflitti, partendo da quella forma elementare di rispetto che è la conoscenza reciproca.

Il tema che affrontiamo è, senza dubbio, una chiave indispensabile per entrare nel cuore del problema che questo progetto didattico si propone. E questo non nel senso che la pace e la guerra dipendono dalle religioni, ed in particolare dai monoteismi, ma perché non è possibile pensare di comprendere dinamiche complesse come lo scatenarsi di una guerra od il faticoso sforzo per il mantenimento della pace, prescindendo da quel nucleo di esperienze vitali (collettive e personali), che sono le religioni e che spesso riassumono i valori fondanti di una civiltà (anche nelle espressioni laiche).

Per questa ragione premettiamo alcune considerazioni al nostro discorso sulle religioni per chiarire da quale punto di vista guardiamo al problema.

1) Chi studia una religione si trova di fronte ad una necessaria scelta di punto di vista. E’ classico lo studio della “teologia”: ovvero la scienza, che studia la fede partendo dalla fede stessa, per approfondirla e capirla meglio. La teologia, però, prevede la fede, si muove, cioè, all’interno di un orizzonte credente nel quale i dati religiosi (riti, simboli, scritture, arte, strutture ecclesiastiche, ecc.) acquistano il loro significato. Non è questo il tipo di sapere a cui faremo riferimento nell’elaborazione di questo lavoro, giacché ciò a cui miriamo è la comprensione di un fatto storico concreto: la situazione attuale che si verifica nella valle del Giordano, in quanto determinata (anche) da marcatori religiosi.

Cercheremo, quindi, un approccio al dato religioso più neutro ed oggettivo, e faremo quindi riferimento al metodo della “scienza delle religioni”, prestando maggiore attenzione ai dati materiali prodotti dalla tradizione religiosa, per dedurne i contenuti culturali (ed assaporane, da lontano e con mille limitazioni, il profumo della loro spiritualità).

E’ un lavoro (lo dico per chi vive una religione e per chi, invece, si trova a vivere posizioni atee od agnostiche) che lascia sempre un po’ l’amaro in bocca, come se si dicesse troppo poco (se si è religiosi) o troppo. Eppure la storia dello studio del fatto religioso ha, finora, fatto apprezzare questo metodo come il migliore per chi voglia “conoscere e capire”, senza immediatamente porsi il problema di una risposta individuale di fronte ad una religione. Per fare un esempio è come se della vita una famiglia andassimo alla ricerca di dati oggettivi: numero dei componenti, eventuale struttura gerarchica, momenti di riunione, abitudini principali, forma dell’abitazione e così via. E’ chiaro come il sole che non è questa la famiglia, ma è anche vero che, da questi indizi, si può ragionevolmente dedurre qualcosa della famiglia stessa.

Ed il vantaggio principale del metodo sta nel fatto che consente un atteggiamento non giudicante sui fatti e sulle religioni studiate. Nessuno quindi andrà alla ricerca della religione “vera”, o di quella “migliore” o di quella “giusta” e neppure (tanto meno), nessuno propaganda un credo piuttosto che un altro: l’unico scopo di questo studio è “conoscere” e “capire”; i giudizi e le conseguenti scelte appartengono al sacrario della coscienza individuale.

2) E’ essenziale, poi, analizzare il rapporto tra le tre religioni monoteistiche ed alcuni temi quali: la guerra e la pace, la terra, la scrittura, la cultura, lo stato. Questi concetti non hanno un valore univoco ed universalmente vero, ma sono figlii anch’essi di un’evoluzione storica e culturale. E’ bene dichiarare, perciò, che il nostro punto di vista sarà, principalmente, quello della cultura occidentale, come questo si è venuto a determinare (in particolare in Europa) con l’amalgamarsi delle due fondamentali radici di questa cultura: quella greco-latina e quella ebraico-cristiana, poi rilette dalla modernità, prima, e dalla contemporaneità, poi. E’ questa la cultura dei “diritti dell’uomo” (primo fra tutti quello dell’uguaglianza di tutti gli uomini e di tutte le donne, riconosciuti pari nella comune umanità), dello stato laico democratico e della faticosa ricerca d’inverare storicamente i valori di solidarietà e tolleranza. Questi valori forti, attorno ai quali si coagula l’identità culturale del nostro mondo, non sono né scontati, né eterni, né scesi dal cielo, ma sono figli, come si diceva, di un tormentatissimo cammino storico, tutt’ora in corso, a prescindere dal quale non ci sarebbe la società europea come noi oggi la conosciamo.

Neppure questo iter culturale e di formazione dell’identità sociale dell’occidente europeo non è in assoluto “buono”, ma è certo quanto di meglio la nostra tradizione è stata capace di produrre.

 

I Monoteismi

 

Le tre religioni monoteiste viventi, di cui andiamo ad occuparci, sono nell’ordine cronologico: l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam. Cronologicamente si possono offrire queste coordinate storiche: l’ebraismo affonda le sue radici nel II millennio avanti Cristo (Abramo 1800 a. C. circa, Mosé 1200 a.C circa), il cristianesimo ha visto la luce circa 2 mila anni fa, mentre l’anno zero del calendario islamico coincide con il 622 d.C. dell’era cristiana e ricorda l’Egira del Profeta Muhammad da La Mecca a Medina.

Va però detto, per amore di verità storica, che la più antica attestazione documentaria di una religione monoteistica appartiene alla religione egizia, ed in particolare alla riforma di Akhenaton (c.a 1361/1340 a. C.), che elaborò la religione tradizionale egizia riassumendo l’intera divinità nell’unico dio/sole: Aton. Padre e creatore di tutto e di tutti.

E’ quindi l’inno ad Aton, composto da Akhenaton, ad oggi il più antico documento monoteista noto e quindi vale la pena gustarne un passaggio (molto bello dal punto di vista letterario):

 

         Tu appari perfetto all’orizzonte del cielo,

         Aton che sei l’origine della vita.

         Quando ad oriente ti levi all’orizzonte

Riempi il paese delle tue perfezioni.

Quando ad occidente declini

La terra è nelle tenebre, come nella morte;

la terra giace in silenzio,

perché Colui che l’ha creata dorme nel suo letto.

Si illumina poi la terra quando ti levi,

quando, o Aton, splendi nel giorno.

Si svegliano gli uomini, si drizzano in piedi

Le loro braccia si aprono per adorare la Tua apparizione,

poi la terra intera comincia i suoi lavori.

Tutte le bestie brucano contente nei loro pascoli.

         Gli alberi e le erbe verdeggiano,

         gli uccelli volano fuori dai loro nidi,

         con le ali aperte, in adorazione per Te.

         I battelli scendono e risalgono il fiume,

         i pesci esultano di fronte al tuo volto.

         Fai crescere il germe nel ventre delle donne,

         e produci il seme degli uomini.

         Quanto sono numerose le Tue creazioni!

         Sono nascoste al volto degli uomini,

         o unico Dio, nessun altro è simile a Te.

         Hai creato gli uomini per Te,

Tu, loro Signore in ogni cosa,

         In tutto quello che sono ti affatichi per loro,

         Signore della terra che ti affatichi per loro.

         Tu sei nel mio cuore…

 

La riforma monoteistica di Akenaton, tuttavia, non ebbe seguito ed i faraoni suoi successori, Ramses II innanzitutto, si affrettarono a ristabilire il tradizionale culto politeista. Non entriamo qui nella discussione, che molto ha appassionato gli studiosi di storia delle religioni, sul possibile collegamento tra il monoteismo ebraico e quello di Akenaton: un’ipotesi di Sigmud Freud, che ora appare tutto sommato superata. Se infatti non crea alcun problema ipotizzare un qualche collegamento tra quell’esperienza religiosa ed il contemporaneo sviluppo dell’esperienza religiosa d’Israele, che in quel periodo dimorava in Egitto, non sembra però plausibile ipotizzare un nesso di causa-effetto, essendo chiaro, ormai, che hanno un fondamento storico certo le memorie conservate nel cosiddetto “ciclo dei Patriarchi” (Abramo, Isacco, Giacobbe, di cui parleremo tra breve), nelle quali per la prima volta s’insinua l’idea dell’adorazione di un solo Dio personale, che ha chiamato Abramo per renderlo capostipite del popolo dell’Alleanza.

A questo punto passeremo in rassegna le tre religioni monoteiste ponendoci innanzitutto una domanda di tipo storico: quali fatti, in estrema sintesi, occorre conoscere, per capire, l’evoluzione storica delle 3 religioni, come oggi le conosciamo?

 

ANALISI STORICA

 

Ebraismo

Per comprendere dal punto di vista storico l’identità d’Israele occorre tener presente tre fasi:

a) Una preistoria: legata al ciclo dei Patriarchi ed a quello di Mosè.

b) Una fase storica antica: dalla creazione del regno d’Israele (1000 a.C circa) fino alla dispersione degli ebrei in Europa ad opera dei romani dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C).

c) Fase dell’ebraismo “della sinagoga” fino ad oggi.

 

a) I cicli della “preistoria” sono contenuti nei primi due libri della Bibbia Ebraica: la Genesi e l’Esodo, che contengono la redazione scritta di antichissime memorie orali giunte al redattore finale in diverse tradizioni.

Fondamentale è la storia di Abramo, pastore nomade della zona di Ur dei Caldei (oggi diremmo il nord dell’Iraq) che viene chiamato da Dio per diventare capostipite del popolo dell’Alleanza. Questo patto, stipulato tra Dio e Abramo, assicura ad Abramo una “discendenza (numerosa) come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare” (Gn. 22,17) ed una terra: «Alla tua discendenza io do questo paese» (Gn. 15,18). “Paese” che tradizionalmente s’identificò con la valle del fiume Giordano. In questa fase antichissima il rapporto religioso viene sancito con la creazione del rito della circoncisione, simbolo nella carne del legame vitale, che unisce Dio con Abramo ed i suoi discendenti. In questa fase arcaica non è propriamente possibile parlare di “monoteismo”, giacché la fede nel Dio di Abramo, non esclude l’esistenza di altri dei, anche se afferma l’esclusivo rapporto d’Israele con questo Dio. In termini scientifici, dunque, è possibile dire che l’esperienza del monoteismo nella religione ebraica è venuto, via via, maturando nella storia, passando da “etnoteismo monolatrico” (adorazione del Dio del nostro popolo) ad un monoteismo vero e proprio (cioè alla convinzione che il Dio del nostro del popolo è l’unico Dio esistente, come afferma risolutamente lo “shemà”, la preghiera fondamentale ebraica, ed insieme la sua professione di fede: Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze” (Dt. 6, 4-5).

Tratto fondamentale dell’epopea dei patriarchi è la fede nel Dio di Abramo, che si rivela e guida la storia secondo il suo disegno, ed i suoi tempi, ai quali l’uomo è chiamato ad adeguarsi. In questo contesto trovano significato i racconti della nascita e successiva cacciata di Ismaele (il figlio che Abramo ha dalla serva Agar, dal momento che il figlio che Dio gli ha promesso tarda ad arrivare: Gn 16) e della successiva nascita di Isacco, che appartiene a Dio (come testimonia il drammatico episodio del “sacrifico di Isacco”, narrato in Gn. 22). Il figlio d’Isacco, Giacobbe, darà al popolo il nome “Israele”, da lui nasceranno 12 figli: i capostipiti delle tribù d’Israele, che, dalla valle del Giordano, si trasferiranno in Egitto.

Nel ciclo di Mosè (Cfr: libro dell’Esodo) troviamo un’altra serie di narrazioni, che costituiscono nodi fondamentali dell’identità ebraica. Innanzitutto l’idea del “Dio liberatore”, legata alla celebre epopea della liberazione del popolo d’Israele dall’Egitto.

Secondo queste antichissime memorie, gli ebrei divenuti schiavi in Egitto, vengono liberati da Dio, per mezzo di Mosè. Il ricordo dell’intervento di Dio nell’ultima notte di schiavitù, e quello del passaggio del Mar Rosso sono il nucleo fondamentale della festa di pasqua, che ancor oggi viene annualmente commemorata nelle famiglie ebraiche. E’ questa, una nuova tappa nella maturazione teologica d’Israele: Dio non è solo il potente Signore con il quale abbiamo fatto un patto, ma è colui che attivamente interviene, per liberarci, facendo ciò che le nostre forze umane mai avrebbero potuto compiere.

Liberatosi dall’Egitto, Israele si trova libero nel deserto: una condizione ed un’esperienza spirituale, che non verranno mai dimenticate e costituiranno, nell’immaginario dell’uomo biblico, il “tempo del fidanzamento” di Dio con il suo popolo. In questo deserto, sul monte Sinai, Mosè riceve le leggi di Dio, che il popolo s’impegna ad osservare. Nasce qui un ulteriore significativo sviluppo nell’idea ebraica del rapporto con Dio: non più solo il riconoscimento dell’Altissimo come il “Signore dei nostri padri che ci libera”, ma Colui verso il quale ci siamo presi impegni. Da questo momento in poi, l’esperienza religiosa d’Israele troverà nell’osservanza delle “leggi date da Dio a Mosè” uno dei suoi assi portanti.

E’ legata all’esperienza del Sinai l’attribuzione a Dio del nome indicato dal sacro tetragramma: YHWH (da vocalizzare Yahvé, ma mai pronunciato dagli ebrei, né nell’antichità, né oggi. Quando infatti essi trovano nel testo il nome di Dio, vi leggono “Adonai”, che vuol dire, genericamente, “il Signore”). Sceso dal monte Sinai, Mosè farà costruire l’”arca dell’Alleanza”: un cofano di legno per contenere le tavole della legge, che verrà collocato in un’apposita tenda, che viaggerà nel deserto con il popolo. Questa tenda, fu il nucleo del futuro Tempio che verrà eretto, secoli dopo, da Salomone a Gerusalemme.

Con il ritorno del popolo ebraico nella valle del Giordano finisce quella che possiamo chiamare “preistoria ebraica” e ne comincia vera e propria storia documentata.

b) La storia stanziale del popolo d’Israele nella sua terra dura grosso modo dal 1000 a.C fino al 70 d.C. In questo periodo si vanno stabilizzando alcune strutture-chiave dell’identità del popolo ebraico.

Innanzitutto, dopo la conquista del territorio da parte degli ebrei, che si univano sotto condottieri occasionali (Giudici), rimanendo di norma un insieme di tribù divise, verso il 1000 a. C., tre capi politici unificano Israele in un unico regno, permettendo che questo s’imponesse come realtà statuale.

Questi re sono Saul, Davide e Salomone, e la loro vicenda copre il periodo che va dal 1020 al 930 a.C. Dal punto di vista della storia della religione ebraica sono particolarmente importanti: il Re Davide, che conquista Gerusalemme e la rende capitale, sconfiggendo definitivamente i Filistei. A lui si deve l’ingesso dell’Arca in Gerusalemme, ed il germe dell’”attesa messianica”, reperibile nella Bibbia in 2Sam 7, 12-16:

Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. Se farà il male, lo castigherò con verga d'uomo e con i colpi che danno i figli d'uomo, ma non ritirerò da lui il mio favore, come l'ho ritirato da Saul, che ho rimosso dal trono dinanzi a te. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre».

 

In questo fondamentale testo risiede una delle idee religiose destinate a non più tramontare nella visione religiosa d’Israele: dalla casa di Davide nascerà uno che regnerà a nome di Dio il popolo di Dio. Questo discendente di Davide, dopo qualche secolo, sarà chiamato, come vedremo, “il messia”.

Morto Davide, gli succede il figlio Salomone, longevo (regnerà 40 anni) e grandioso, a Lui si deve la costruzione del primo Tempio di Gerusalemme sulla collina più alta della città: la “rocca di Sion” e l’organizzazione del relativo culto, curato dai sacerdoti della tribù di Levi. Da questo momento in poi il Tempio brillerà nella religione dei figli di Abramo come il luogo nel quale Dio si fa incontrare (non contiene Dio, ma vi è la sua presenza). In seguito alla morte di Salomone, gli ebrei si dividono in due regni: Giuda (al sud, con capitale Gerusalemme) ed Israele (al nord, con capitale Samaria. Da questo momento in poi la Bibbia usa l’espressione “Israele e Giuda” per dire il popolo di Dio.

Altra fondamentale svolta storica fu, negli anni 587-538, l’”Esilio a Babilonia., legato alla politica imperialista ed aggressiva di Nabucodonosor, che aggredì il paese, depredò Gerusalemme e deportò nella capitale del suo impero la classe dirigente ebraica.

Questa vicenda determinò uno shock terribile negli ebrei, che si ritenevano immuni dagli attacchi degli altri popoli in virtù dell’alleanza con Dio, che li avrebbe condotti a continua vittoria nei confini della terra della promessa.

In questo momento tragico e drammatico sorge in Israele una nuova figura: quella del profeta, uomo di Dio, abilitato dal Signore ad interpretare i fatti storici in Suo nome. Nella letteratura profetica della Bibbia troviamo, grosso modo, l’idea che Israele viene invaso e sconfitto, per punizione divina, a causa della sua infedeltà all’Alleanza. Ma nel futuro del popolo di Dio c’è la promessa dell’invio di un uomo di Dio, il Messia, che avrebbe stabilito, definitivamente, il regno di Dio tra il suo popolo.

Al termine di questa fase, dunque, troviamo in Israele le tre figure istituzionali che rappresentano Dio in mezzo al suo popolo: i re, i sacerdoti, ed i profeti e si stabilizza l’attesa di un messia (unto, in greco Kristos).

Altra data-chiave della storia ebraica è quella del 63 a.C, nella quale Pompeo conquista Gerusalemme a Roma, che prima v’impone un re-fantoccio, Erode il Grande e poi, in epoca imperiale, dominerà direttamente per mezzo di un governatore (tale era il famoso Ponzio Pilato, che mandò a morte Gesù di Nazaret). Dal punto di vista religioso è un periodo turbolento, sorgono di continuo presunti messia, che s’incaricano di tentare di liberare la terra promessa dai romani. Questi, dal canto, governano la colina con pugno di ferro e mal sopportano lo stato di continua sollevazione endemica del popolo ebraico. Per questa ragione nel 70 d.C l’imperatore Tito mette a ferro fuoco la Palestina e distrugge il Tempio, che non verrà più ricostruito. Un secondo durissimo intervento di Roma nella zona data al 135 d.C (sotto l’imperatore Adriano) e decreta, di fatto, la scomparsa degli ebrei dalla valle del Giordano. Si formeranno tre gruppi: uno minore si rifugerà in Arabia, un gruppo si rifugerà a nord est dell’Europa, andando a costituire le comunità askenazite, ed un altro riparerà in nord Africa e di qui  in Spagna, Francia e Italia: sono i sefarditi.

Dopo questa svolta l’ebraismo vivrà prevalentemente in Europa, in stato di minoranza e non di rado di persecuzione. Perso il contatto diretto con la Terra d’Israele, il punto di riferimento religioso di queste comunità diventa la Scrittura ed il suo studio.

 

         Cristianesimo

 

A differenza dell’ebraismo, da cui proviene, il cristianesimo si presenta subito come una religione universalistica, superando fin dai primi anni le barriere etnico-culturali del popolo d’Israele da cui proviene, per proporre il suo messaggio a tutti i popoli.

Se quindi è assolutamente corretto affermare, che all’origine del cristianesimo c’è un uomo chiamato Gesù di Nazaret, che ha predicato agli ebrei un messaggio di salvezza prima in Galilea e poi in Giudea, dove a Gerusalemme (verosimilmente nell’anno 30 d.C. è stato arrestato e fatto crocifiggere dall’autorità romana), è però altrettanto vero che la comunità, che Gesù s’è ispirata ha inteso il mandato del Suo fondatore in modo universale, ed ha quindi accolto al suo interno non solo ebrei, ma greci ed altri ex-pagani con uguale status all’interno della chiesa.

L’idea centrale, che sta alla base del fatto cristiano, è che Gesù è Dio fattosi uomo, nato da Maria vergine “quando venne la pienezza dei tempi” (Gal. 4,4): cioè quando il cammino di rivelazione ad Israele, che ne doveva preparare la venuta, si era realizzato. E, nei confronti della tradizione del popolo eletto, Gesù si pone come autorevole interprete del rapporto d’alleanza, significato dall’annuncio che il “Regno di Dio è vicino” (Cfr. Mc. 1,15). Nel corso della sua vita Gesù rende concreto quest’annuncio in opere (miracoli ed esorcismi, che significano la sconfitta del male e di Satana) ed in parole pronunciate con un’autorità superiore a quella di Mosè (Cfr. Mt. 5,22).

Questa tradizione religiosa presenterà il divino come “Trinità”: Padre, Figlio e Spirito Santo, un unico Dio in tre persone uguali (perché uniche nell’essenza divina) e distinte (perché ciascuna impegnata a compiere un preciso ruolo nel disegno di salvezza dell’umanità). Sviluppando l’idea dell’alleanza, Gesù la radicalizza, fino a farne un rapporto diretto, che lega ogni singolo credente a Dio nella fede, sviluppandosi poi in un coerente cammino di vita. La legge cristiana, “ama il prossimo tuo come te stesso” (Mt. 19, 19) non instaura un rapporto di tipo legalistico con Dio, ma fonda una vita nella quale ogni azione umana viene vissuta alla luce del rapporto vitale con Dio e valutato dalla coscienza personale guidata dallo Spirito che abita nei credenti.

La predicazione storica di Gesù non fu un successo: pochi furono i suoi seguaci ed anche questi lo abbandonarono nel momento in cui lo scontro con le autorità religiose giudaiche e politiche romane ne decretarono la morte sulla croce. Ma la morte di Gesù non divenne il capolinea della sua vicenda, giacché gli apostoli, gli stessi che lo avevano abbandonato e rinnegato, si misero ad un certo punto a predicare affermandone la risurrezione “il terzo giorno”. Ed è proprio questo fatto il cuore del messaggio cristiano: Gesù morto, risorto e asceso al cielo. Questo fatto costituisce la radice della fede e della liturgia cristiana, che ha il suo culmine nella festa di Pasqua. Una festa che per i cristiani completa e realizza la Pasqua ebraica, aiutando a comprendere chi sia l’Agnello del sacrificio (Gesù stesso) e quale sia la liberazione preparata da Dio per l’umanità: la resurrezione dalla morte e la vita eterna.

Dal punto di vista storico, il cristianesimo si è trovato subito a lottare per la propria affermazione: prima di tutto nei confronti degli ebrei, per i quali i “nazareni”, altro non erano che eretici da combattere, e poi contro l’Impero Romano, che non accettava l’idea della libertà di coscienza, che soggiaceva al pensiero cristiano. Comunque i primi 4 secoli della nostra era, videro uno straordinario e pacifico affermarsi della nuova religione all’interno dell’Impero, fino alla presa d’atto del suo avvenuto radicamento nella società antica, da parte dell’Imperatore Costantino (Editto di Milano 313 d.C.).

E’ soprattutto dopo questa data, che la Chiesa Cristiana si stabilizza e struttura nelle forme a noi più note, raccogliendosi cioè come chiesa universale (in greco Katolikos), unita sotto il successore dell’Apostolo Pietro, il vescovo della città di Roma. Ogni Chiesa locale guidata dal suo vescovo, però, ed in particolare le chiese “patriarcali”, fondate direttamente da un apostolo, rappresentano in pieno il mistero del “nuovo popolo di Dio”, dove “Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti (sono) uno in Cristo Gesù” (Gal. 3,28).

Il cristianesimo è oggi diviso in tre gruppi fondamentali, che condividono sostanzialmente l’immagine di Dio, mentre sono divisi sulla concezione della chiesa e sul modo nel quale si sviluppa il rapporto tra Dio e l’uomo. Questi gruppi si chiamano oggi: cattolici, ortodossi e protestanti. Nomi che hanno oggi un significato, più sul piano della distinzione che su quello vero e proprio del significato.

Cattolici e ortodossi si sono divisi nel 1054 dopo Cristo, a causa del progressivo allontanamento tra la chiesa d’occidente e quella d’oriente, che s’è approfondito in seguito alle divisioni politiche sempre più marcate tra Impero Romano d’Occidente (a cui si sostituì il Sacro Romano Impero ed i regni romano barbarici) ed impero Romano d’Oriente. Le differenze teologiche tra le due chiese sono minime, mentre quelle ecclesiastico-organizzative sono fondamentali. Mentre, infatti, la chiesa cattolica è rimasta sostanzialmente una, potendo contare sul Romano Pontefice come fondamento dell’unità. Le Chiese Ortodosse si sono andate, via via, organizzando su base territoriale, etnica e linguistica, raccogliendosi attorno ai propri patriarchi che, di fatto, rappresentano nelle varie chiese quello che il Papa è per la chiesa universale. In Palestina ci sono in questo momento molte chiese ortodosse, alcune delle quali sono dirette discendenti delle antiche chiese cristiane dei tempi apostolici.

Venendo a quella che i cristiani chiamano “terra santa”, la presenza cristiana in Palestina venne drasticamente ridotta ai tempi dell’islamizzazione (636 d.C ad opera del Califfo Omar), quando gran parte della popolazione si convertì alla fede proclamata da Maometto ed i cristiani di tutte le denominazioni cominciarono a vivere come minoranza, con diritti sociali, politici e religiosi assolutamente ridotti, quando non addirittura apertamente perseguitati.

Dopo il 1099 iniziano le crociate, che in terra Santa lasciano traccia religiosa nella formazione di una chiesa cattolica di rito latino, che verrà stabilizzata con la presenza della Custodia Francescana di Terra Santa: di fatto l’unica presenza cattolica autorizzata dalle diverse autorità islamiche (prima egiziane e poi turche) che si susseguiranno in terra Santa.

Più di recente hanno formato piccole comunità anche i protestanti: in particolare: Anglicani e Presbiteriani (giunti al seguito delle truppe inglesi nella prima metà del secolo scorso), luterani e, più di recente, i Mormoni. Le comunità protestanti fanno riferimento alla Riforma della Chiesa nata in Germania e Svizzera nel XVI secolo e di qui trasferitasi poi in Inghilterra e USA.

 

         Islam

 

Dal punto di vista storico l’Islam è strettamente legata alla vita ed alla predicazione del suo profeta Abdul-Kasim ibn ‘Abd Allah, detto Muhammad, cioè “il glorificato”.

Nato il 20 aprile del 570 d.C nella città di La Mecca, in Arabia, ed appartenente alla prestigiosa tribù dei Qurays, Muhammad resta presto orfano e viene allevato dal suo clan per essere avviato all’attività di commerciante carovaniere, tipica della regione. Nei suoi viaggi di lavoro Muhammad ha occasione di muoversi dai confini dell’India fino, forse, all’attuale Siria, incontrando uomini di diversa religione, ed in particolare: ebrei e cristiani monofisiti (che ritengono che Gesù fosse solo uomo). E’ verosimile che in questi incontri Muhammad impari a conoscere, per tradizione orale, alcuni contenuti delle scritture ebraiche e cristiane.

Svolta determinante nella vita del Profeta è l’incontro ed il matrimonio con la ricca vedova Hadigia (556-620) che gli permette una felice vita matrimoniale, che durerà 25 anni, ed una certa agiatezza economica. Nell’anno 610 d.C. Muhammad si addormenta in una caverna ai piedi del monte Hira ed ha la visione dell’Arcangelo Gabriele che gli consegna la rivelazione: il Sacro Corano.

Negli anni successivi Muhammad inizia la predicazione dell’Islam nella sua città, insistendo in questa prima fase sui temi-chiave di questa religione: l’unicità di Dio, il richiamo alla conversione ed alla preghiera, l’imminenza del Giudizio di Dio. Muhammad si considera l’ultimo dei molti profeti che Dio (Allah non è un nome proprio, ma vuol dire “il Dio”) ha inviato nei vari tempi agli uomini per ottenerne la sottomissione. Tra questi i profeti principali sono stati Adamo, Abramo, Mosé e Gesù.

E’ un annuncio intensamente religioso e poco o nulla politico, questo dei primi anni della vita del Profeta, che ha i suoi capisaldi in queste idee: Dio è grande, ma misericordioso e clemente; l’uomo vive in attesa del ritorno a Dio e del Suo giudizio, e deve a Dio il culto dell’adorazione, che in questi primi anni si fa rivolta verso Gerusalemme. Forte, in questo primo periodo, è anche la denuncia sociale e l’invito ai musulmani ad essere generosi e giusti, imitando le qualità di Dio stesso.

Questa predicazione di Muhammad provoca la reazione dei meccani, che probabilmente sentono minacciata la sopravvivenza del santuario della Kaaba, pantheon delle tribù arabe, e non accettano di sentirsi giudicare dal loro concittadino. Dopo una prima fuga in Abissinia (prima Egira 615 d.C.), dove Muhammad viene accolto dal Negus cristiano, torna a La Mecca e riprende la sua predicazione in modo ancora più radicale, giungendo alla rottura definitiva con la gente della sua tribù ed i suoi concittadini. Così il 24 settembre del 622 d.C. abbandona La Mecca e si rifugia nell’oasi di Yatrib, poi Medina. Questo è l’anno “zero” dei musulmani.

A Medina Muhammad continua a lottare contro i meccani ma instaura, anche, una nuova ostilità nei confronti delle tribù giudaiche che non lo riconoscono come profeta (ciò che provoca il nuovo orientamento della preghiera non più verso Gersalemme, ma verso La Mecca). Ma soprattutto, a Medina Muhammad s’insedia come capo politico-religioso, sviluppando un armonico corpus legislativo, confluito nel Corano, che è alla base di tutta la legislazione coranica. E’ in questa fase medinese che si stabilizzano i 5 “arkem” (=pilastri) del Islam.

Essenziale, in quest’ultima fase della vita del Profeta, è la lotta per la conquista del santuario de La Mecca e la sottomissione della città, che culmina con la vittoria del Profeta e dei suoi nel 630, con la conseguente “purificazione” della Kaaba da parte di Muhammad dalle statue degli dei, e la proibizione ai non musulmani di recarvisi. Questa vittoria in guerra viene interpretata da Muhammad come segno della sua missione profetica.

Muhammad muore nell’anno 632 d.C nel corso del “pellegrinaggio dell’addio” e viene sepolto nella sua stessa casa di Medina.

Dopo la morte del Profeta, nonostante la quasi immediata divisione tra “sanniti” e “sciiti”, l’Islam conobbe una diffusione impressionante, spiegabile in parte dal fatto che la religione predicata da Muhammad diventa il collante delle diverse tribù barbare, che trovano così la capacità di superare ataviche divisioni, convergendo le loro non comuni doti di intraprendenza e combattività nell’obiettivo comune di diffondere l’Islam. Fatto sta che in appena 70 anni dalla morte di Muhammad l’Islam ha conquistato l’intero nord Africa e s’appresta a sbarcare nella penisola Iberica.

Gli storici presentano l’espansione dell’Islam divisa in tre fasi:

1) Prima del 650 d.C sottomissione del califfato di Medina, l’Egitto, la Siria, l’Iraq e le regioni occidentali della Persia.

2) Governo degli Omayyadi (660/750 d.C.) l’Islam s’stende dalla Spagna alle porte della Cina.

3) Governo degli Abbassidi (750/1258). A est: conquista dell’Estremo oriente. A Ovest: conquista della Sicilia e di Creta.

Il periodo successivo è quello dell’instaurazione dell’Impero Ottomano, che nel 1453 espugnerà la capitale dell’Impero Romano d’Oriente: Costantinopoli, proseguendo poi, sotto la guida di Maometto II, con l’annessione della Serbia, della Grecia e della Bosnia. L’altra grande fase espansiva fu dovuta a Solimano il Magnifico, che prese Belgrado (1521), l’Ungheria e la Transilvania, giungendo a cingere d’assedio Vienna. Fu sempre questo imperatore ad organizzare, facendo base nei porti del nord Africa, la pirateria islamica che renderà rischiosi i rapporti commerciali nel mediterraneo fino all’800. Questa grande fase espansiva dell’Islam verso l’Europa si fermò il 7 ottobre 1571: il giorno dell'incredibile battaglia navale di Lepanto, in ricordo della quale il papa s. Pio V proclamò, per quella data, la festa di Nostra Signora delle Vittorie. L’impero Ottomano, soggetto a progressivo sgretolamento, cessò di esistere nel 1922 quando fu proclamata la nascita della Repubblica Turca.

Dal punto di vista dell’auto-comprensione che l’Islam ha di sé, la rivelazione del Corano sarebbe avvenuta in blocco durante una sola notte, il 27 di Ramadan (Cor 97: “Invero lo (Il Corano) abbiamo fatto scendere nella Notte del Destino E chi potrà farti comprendere cos'é la Notte del Destino? La Notte del Destino è migliore di mille mesi. In essa discendono gli angeli e lo Spirito, con il permesso del loro Signore, per [fissare] ogni decreto è pace, fino al levarsi dell'alba”). Questa unica e momentanea rivelazione è poi stata predicata durante la vita del Profeta, in occasione dei vari avvenimenti della sua vita e di quella della comunità. Il Corano come tale è “Parola di Dio”, senza aggiunte od interventi da parte di Muhammad. L’attuale testo del Corano si è fissato in tre secoli dopo la morte del Profeta, perfezionandosi man mano che migliorava la scrittura della lingua araba che, da scripura defectiva (solo consonantica) divenne scripura plena. I testi oggi diffusi si rifanno alla lezione Alessandrina e sono divisi in 144 capitoli (sure) che constano in totale di 6.236 versetti. La prima e l’ultima sono preghiere le altre, in genere, trattano più di un tema. Nelle recensioni comunemente usate le sure del Corano sono disposte dalla più lunga alla più corta, e risalgono al califfo Abu-Bakr.

 

ANALISI DEI CONTENUTI RELIGIOSI

 

Ebraismo

 

Diffusione:Secondo i dati più recenti (per tutte le tre religioni facciamo riferimento al volumetto: Le grandi religioni, Novara (De Agostini) 2002) gli ebrei sono 12.442.000 così distribuiti:

 

USA

5.621.000

Israele

4.840.000

Francia

610.000

Russia

600.000

Ucraina

430.000

Regno Unito

310.000

Italia

31.000

 

Come si vede il paese con la più alta concentrazione di appartenenti alla religione Ebraica è gli Stati Uniti, ed in particolare la città di New Jork.

 

Contenuto della fede: Oggi l’ebraismo si fonda, essenzialmente, sull’osservanza della legge di Mosé (Thorà), basata sull’interpretazione dei primi 5 libri della Bibbia (che si chiamano in ebraico nello stesso modo). L’osservanza della Legge basta a se stessa, e in mancanza del Tempio, che, come abbiamo visto, è stato distrutto nel 70 e non più ricostruito, costituisce di fatto l’essenza di questa tradizione religiosa.

Il problema-chiave dell’ebraismo è quindi: lo studio della Legge, della storia delle sue interpretazioni  (confluite nel talmud e nella mishnà) e la sua applicazione nei fatti concreti della vita. L’ebraismo si presenta dunque come una religione da una parte fortemente rituale (nell’osservanza scrupolosa di obblighi e divieti, derivanti dalla Thorà), dall’altra come un appassionante e mai esaurito lavoro d’interpretazione, e re-interpretazione del testo, alla ricerca di possibili significati ed applicazioni a nuovi casi.

E’ classica la distinzione tra ebrei ortodossi e riformati. Se il primo gruppo esprime l’importanza vincolante della halakah (tradizione giuridica ebraica), l’ala riformata propone una rilettura della pratica religiosa alla luce dei metodi della critica razionale e dell’analisi storica. E’ questo il movimento in seno al quale si sviluppò il Sionismo (dalla rocca si Sion su cui sorgeva il Tempio di Gerusalemme) che a partire dall’ultimo quarto del XIX secolo teorizza il ritorno degli ebrei in Palestina, con lo scopo di fondarvi uno stato indipendente che tuteli l’identità ebraica, messa in crisi dall’esistenza minoritaria in giro per l’Europa. Sono stati i riformati ad ammettere, nel 1972, il riconoscimento della prima rabbina donna, e dei matrimoni misti, ciò che ha permesso di definire “ebreo” chiunque avesse un genitore ebreo (e non, in modo vincolante, la madre come teorizzato dalla tradizione ortodossa).

L’altra tradizionale distinzione tra sefarditi (da Sefar, nome ebraico della Spagna) e ashkenaziti (da Aschenaz, cioè “Germania” in ebraico) è più etnica che dottrinale. Infatti, pur in presenza di piccole differenze nelle credenze e di osservanza, la sostanza della fede è la stessa e le definizioni distinguono tradizionalmente gli ebrei dell’est, più quelli spagnoli e portoghesi (sefarditi), che di solito parlano la lingua Yiddish, dagli ebrei di altre parti d’Europa.

 

Professione di fede: come abbiamo avuto modo di dire prima, il contenuto della fede del popolo d’Israele consiste nell’affermazione dell’unicità di Dio e nel precetto del Suo amore:

Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze” (Dt. 6, 4-5).

Ma è anche una professione nella presenza di YHWH che guida la storia del popolo dell’alleanza (Dt. 26, 5-9):

“Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa. Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall'Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi, e ci condusse in questo luogo e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele”.

Comunque il compendio dei contenuti di fede d’Israele più noto ed usato è quello del “13 princìpi” di Mosè Maimonide (1135-1204 d.C.): non è un’organica trattazione dogmatica, ma fonda la sua autorità sul fatto che è, appunto, riconosciuto in modo quasi generale dagli ebrei. I punti sono: (1) la fede nell’esistenza di Dio, (2) la sua unità, (3) incorporeità ed (4) eternità. (5) Solo Dio è degno di essere adorato. La fede nella (6) rivelazione dei profeti, (7) il più grande dei quali è Mosè. (8) L’origine celeste della Thorà e la (9) sua immutabilità. (10) La fede nel fatto che Dio conosce le azioni degli uomini, (11) ricompensando i buoni e punendo i malvagi. (12) La fede nella venuta del Messia e nella (13) risurrezione dei morti.

Luoghi di culto: Il luogo di culto ebraico si chiama sinagoga e non è un tempio che contiene la divinità, ma un semplice luogo di riunione. E’ classica, nella sinagoga, la presenza della hechal (una nicchia chiusa, in genere, da una tenda che contiene i rotoli della Thorà); un pulpito, dal quale il rabbino recita la liturgia ed una piattaforma centrale dalla quale viene proclamata la Parola, il cui rotolo è appoggiato su un leggio (detto bimah).

 

Simboli: il più tipico dei simboli ebraici è il candelabro a sette braccia (menorah, che simboleggia i sette occhi con i quali Dio vede ogni cosa (“Le sette lucerne rappresentano gli occhi del Signore che scrutano tutta la terra” (Zc. 4,10). Ma il simbolo è più ricco e richiama anche la creazione di Dio (fatta, appunto, in 7 giorni) e quindi la realtà in quanto bella e buona (in ebraico è la stessa parola tob). Qui sotto lo presentiamo in come simbolo dello stato d’Israele (e proproprio Israel, è la parola scritta in ebraico sullo stemma).Esiste anche un candelabro a 9 bracci per la festa di Hanukkah. Ne parleremo più avanti.

 

 

La stella di Davide, invece, fu il simbolo posto dal grande re sugli scudi dei suoi eserciti, e ricordava l’alleanza tra Dio (la punta rivolta verso l’alto) ed Israele (quella rivolta verso terra). Nel periodo nazista indicava l’appartenenza alla “razza” ebraica, oggi è l’altro simbolo dello stato d’Israele.

 

Feste: Il calendario religioso ebraico conta gli anni, ipoteticamente, dalla creazione del mondo: il 2003 corrisponde, per gli ebrei al 5763-5764. E’ un calendario basato sui mesi lunari ed è perciò costituito da 12 mesi di 29 0 30 giorni con l’aggiunta, circa 7 volte in 19 anni, di un tredicesimo mese. Le feste fondamentali dell’anno ebraico sono: Pasqua (pesaq): ricorda la liberazione dall’Egitto ed il passaggio del Mar Rosso. Viene celebrata principalmente nelle famiglie con un pasto (séder) codificato già nel libro dell’Esodo (Cfr: Es. 12), che ha forma di memoriale e comporta la consumazione di un agnello accompagnato da pane azzimo. Pentecoste: si celebra 7 settimane dopo Pasqua ed è festa d’origine agricola. Nell’antico Israele era occasione di salita a Gerusalemme e, in alcune fonti rabbiniche, viene legata alla consegna delle Tavole della Legge sul Sinai e l’alleanza. Purim: cade a febbraio/marzo del nostro calendario, e ricorda la vittoria della regina Ester a cui la Bibbia dedica un libro, ma anche tutte le liberazioni d’Israele da parte di Dio. Sukkot: originariamente era la festa della vendemmia, ricorda la peregrinazione del popolo nel deserto e la consacrazione del primo tempio di Gerusalemme. Yom Kippur: è il grande giorno della penitenza, purificazione e riconciliazione del popolo con YHWH. Chanukkah: ricorda la consacrazione del secondo tempio sotto Giuda Maccabeo (167 a. C). Rosh Hashanah: è il capodanno ebraico, cade in autunno, ed è occasione di riflessione sul giudizio universale e la salvezza eterna. Ogni settimana la festa è lo shabbat ricorda la fine dell’opera creatrice del Signore: “Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto” (Gn. 2,3). E’ giorno d’assoluta astensione da ogni lavoro, di contemplazione dell’opera di Dio e di ringraziamento.

 

Interpretazione della scrittura: Nella tradizione ebraica, come abbiamo visto, l’interpretazione della Legge di Dio è l’anima stessa dell’esperienza religiosa. Adorare Dio significa, innanzitutto, faticare per comprendere la grandezza e la ricchezza del messaggio che Lui ha voluto dare al suo popolo. E’ ovvio che non c’è interpretazione univoca (anzi, circola in ambiente ebraico la battuta, che se ci sono 2 ebrei che discutono sulla thorà ci sono 3 opinioni diverse). E manca un centro di riferimento al quale rivolgersi per disporre di una lettura ortodossa. Ciò nonostante tutto l’ebraismo concorda nel ritenere che la Scrittura abbia il suo cuore nella Legge e che tutti gli altri scritti religiosi successivi, sia ispirati (i profeti e gli scritti), sia rabbinici (talmud) siano delle chiavi di lettura e comprensione della Tohrà.

 

Guerra/pace/territorio: Non solo la Bibbia Ebraica non esclude la guerra come eventualità, ma non di rado presenta la vittoria e la sconfitta in guerra come un segno del vitale rapporto d’alleanza, che lega Israele con YHWH. Se, infatti, nei libri storici prevale il concetto che Israele trionfa, perché il Signore degli Eserciti ne è il condottiero, i profeti insistono sull’idea che la mancanza di fedeltà all’Alleanza, composta la punizione di Dio, che può permettere la sconfitta e la deportazione del suo popolo per richiamarlo all’osservanza della Legge, nel suo spirito autentico.

Resta chiara nella concezione ebraica tradizionale, che la promessa di Dio ad Abramo implica la dominazione storica degli ebrei sulla valle del Giordano e la possibilità di incontrare la presenza di Dio nel Tempio di Gerusalemme, che dev’essere costruito sulla Rocca di Sion. Dove oggi sorge la Moschea di Omar, terzo luogo santo dell’Islam.

La prospettiva della storia è, per Israele, una speranza di pace: lo Shalom, che non è solo l’assenza di conflitto, ma l’appagamento di ogni giusto desiderio del cuore. Questa pace resta legata all’attesa del Messia e riguarderà tutti i popoli, non solo gli ebrei.

 

Mediazioni culturali: L’ebraismo è fortemente legato alla cultura laica europea. Si può anzi dire, che l’occidente deve alcune delle sue svolte essenziali al pensiero ed agli insegnamenti di filosofi e studiosi ebrei. Esiste quindi un ebraismo che accetta la modernità, e convive senza problemi con la mentalità laica. Ciò nonostante non mancano nell’ebraismo gruppi fondamentalisti e radicali che, sul piano religioso, pensano all’instaurazione di uno stato teocratico. La situazione si è ulteriormente ingarbugliata con la creazione, nel 1948, dello stato d’Israele che, pur essendo uno stato laico, ha il suo fondamento sull’identità religiosa dei suoi abitanti, non a caso la “Legge del ritorno”, approvata nel 1950, garantisce il diritto alla cittadinanza d’Israele a chiunque professi la religione ebraica (l’alternativa dell’identità etnica, dopo l’Olocausto, risulta ovviamente impraticabile, anche se non è assente, dal momento che l’ebraismo scoraggia le conversioni fin dal VI secolo d. C). E’ ovvio che la scelta della valle del Giordano come luoghi della creazione dello stato ebraico non è casuale: quella è la terra della promessa! Le correnti laiche non fanno riferimento alla Bibbia ma al mandato dell’Onu del ’48, ma la questione dell’origine del diritto degli ebrei ad occupare come stato quella parte di terra resta aperto. Nei confronti delle altre culture: sia quella occidentale (relgiosa e non) che islamica, l’ebraismo lamenta (non del tutto a torto) la presenza di un antisemitismo a volte militante, che ha avuto il suo scandaloso apice nella creazione dei lager nazisti.

 

 

Cristianesimo

 

Diffusione: Il cristianesimo è la prima religione al mondo per diffusione, con più 2,2 miliardi di fedeli.

 

Cristiani nel mondo

Percentuale sulla popolazione mondiale

Totale

2.217.037.000

36,6

Cattolici

1.057.327.000

17,5

Protestanti

341.999.000

5,6

Ortodossi

215.128.000

3,6

Anglicani

79.649.000

1,3

Altri

411.810.000

6,8

Non aderenti a Chiese

111.124.000

1,8

 

Il continente con il maggior numero di cristiani è l’America, dove c’è pure la più grande concentrazione di cattolici (563 milioni in America latina, 290 milioni nel nord). Il continente più protestante è l’Africa (89 milioni), subito seguito dall’Europa (77,5 milioni) e dagli USA (70 milioni). Gli ortodossi sono in larghissima parte concentrati nell’est europeo (150 milioni).

 

Contenuto della fede: Il credo cristiano è senza dubbio il più articolato dei tre monoteismi. La formula della fede, infatti, cerca di esprimere il mistero di un unico Dio in tre persone (trinità) facendo riferimento in parte alla tradizione biblica (e quindi alla memoria dei fatti nei quali Dio si è manifestato), in parte al linguaggio filosofico della cultura greca. Il “Simbolo niceno costantinopolitano”, infatti, ovvero il “credo” che viene pronunciato ogni domenica nel corso della messa cattolica, è il frutto delle discussioni avvenute nei primi secoli dell’era cristiana nel corso dei Concili Ecumenici: riunioni di vescovi, convocate dal Papa, per definire autorevolmente la fede della Chiesa con una formula dogmatica, che esprimesse nel modo più chiaro possibile il mistero rivelato da Dio Padre, in Gesù Cristo, per mezzo dello Spirito Santo. Questa è la formula più usata:

- Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili.

- Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito santo si è incarnato nel seno della vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine.

- Credo nello Spirito santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti.

- Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica.

- Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati.

- Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà.

Amen

 

Come si vede la professione di fede si articola su due piani: la fede in un unico Dio: Padre, Figlio e Spirito (perché in questo modo Dio si p manifestato nella Sua rivalzione). E la credenza nella Sua opera: la chiesa, il perdono dei peccati, la vita eterna. Almeno la prima parte di questo testo è patrimonio comune di tutti i cristiani, a prescindere dalle divisioni.

Cuore della fede cristiana è l’idea che l’umanità e la divinità si sono mescolate nella persona di Gesù Cristo, che ha fatto così la salvezza per tutti gli uomini, cristiani e non. Solo l’esplicito rifiuto della grazia (=rifiuto della fede per chi ha conosciuto Dio o peccato grave senza pentimento), infatti, provocano la condanna dell’uomo da parte di Dio. Il cristianesimo, quindi, pensa che anche i fedeli di altre religioni possano salvarsi, in Cristo, restando fedeli al Dio che hanno conosciuto.

E’ patrimonio comune dei cristiani l’idea che la vita sia risposta umana ad una “vocazione” di Dio, che si esprime sempre nell’incarnazione del valore dell’Amore (=carità).

In buona parte delle tradizioni cristiane (cattolici, ortodossi e parte dei protestanti) c’è la credenza, che Cristo si renda realmente presente nell’eucarestia, sotto le specie del pane e del vino. E’ poi presente anche l’idea di “sacramento”, che è un’azione rituale della chiesa, che conferisce la grazia che è significata dalle parole, dai gesti e dalle cose che fanno il sacramento stesso (ad esempio: la penitenza dà la grazia del perdono dei peccati). Tutti i cristiani riconoscono almeno il sacramento del battesimo e dell’eucarestia.

Anocra, è caratteristica essenziale e peculiare del cristianesimo l’organizzazione ecclesiale, che viene concepita in modo diverso dalle diverse confessioni cristiane ma è un segno caratteristico di questa religione. Come YHWH, per gli ebrei salva un “popolo”, così Gesù salva “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua” (Ap. 7,9), unita nei vincoli in “Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti”. (Ef. 5,4-5)”. La Chiesa per i cristiani è, dunque, elemento essenziale del mistero della salvezza operata da Dio, per mezzo di Gesù che, in virtù dello Spirito Santo raggiunge ogni uomo di ogni tempo e di ogni nazione.

Ma anche dal punto di vista storico organizzativo, la Chiesa (almeno nella tradizione cattolica ed ortodossa) è un elemento di forte unificazione ed un chiaro punto di riferimento per le scelte. Il fulcro che permette di superare i momenti di crisi e dare unità, nelle invitabili differenze di gruppi che tengono insieme milioni di persone.

 

Luoghi di culto: Le tre tradizioni cristiane hanno sviluppato tipologie edilizie piuttosto diverse nel corso della storia. Tipica della chiesa cattolica è l’organizzazione dello spazio attorno a due luoghi-chiave: (1) il presbiterio, dove si svolge l’azione liturgia (con i tre luoghi: il seggio di presidenza, destinato al prete che presiede il rito in nome di Cristo, l’altare su cui si rinnova il memoriale del sacrificio della croce e l’ambone da cui si proclama la Parola di Dio), (2) il tabernacolo, nel quale si conservano le ostie consacrate, che sono la misteriosa, ma reale presenza di Dio, nella sua chiesa. La Chiesa cattolica, poi ha quanto mai sviluppato la venerazione delle immagini sacre. La ragione teologica per la quale il cristianesimo raffigura il divino in forma umana è, molto semplicemente, legata al mistero dell’incarnazione: se Dio s’è fatto uomo, noi lo possiamo rappresentare come tale. In nessuna delle tradizioni cristiane, però, le icone sono oggetto di adorazione.

La chiesa ortodossa è caratterizzata dall’Iconostasi (=muro d’icone) che raffigurano il mistero della consacrazione del corpo e del sangue di Cristo, celebrato dai sacerdoti dietro di esso. L’arte delle icone ha una sua straordinaria valenza spirituale, che è centrale nella venerazione delle Chiese d’Oriente. A differenza della tradizione occidentale, però, non si tratta in questo caso di opere d’arte nelle quali l’artista si cimenta nell’interpretazione personale dei canoni iconografici della tradizione cristiana, ma nella replica fedele (ed orante) di icone nelle quali le chiese d’oriente credono che il mistero di Dio si sia “reso visibile”.

Le chiese protestanti sono in genere spoglie d’immagini e pongono al centro dello spazio cultuale l’ambone della proclamazione della Parola e della predicazione. L’arte non è comunque assente dalle chiese protestanti, anche se spesso si manifesta nella più bella musica liturgica che la tradizione cristiana ha elaborato (si pensi, per fare un nome eloquentissimo, a Johan Sebastian Bach 1685/1750).

 

Simboli: Il più tipico tra i simboli cristiani cattolici è il crocifisso (o come preferisce la tradizione protestante, la croce). Indica il momento supremo della salvezza operata da Dio in favore dell’umanità.

 

Feste: L’anno religioso cristiano è costruito attorno alla celebrazione di due feste principali: il Natale (nascita del Figlio di Dio, 25 dicembre) e la Pasqua (memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, data variabile). La seconda è la più importante e viene celebrata in ogni messa, ed in particolare nella festa domenicale.

Da queste due feste discendono tutte le altre: i tempi di preparazione (avvento, per Natale, quaresima per Pasqua) ed altre che fermano l’attenzione su fatti importanti della vita del Signore. La tradizione cattolica, poi, celebra pure molte feste della madre di Cristo, la vergine Maria, che è considerata la prima persona pienamente salvata da Cristo, preservata dal peccato originale (Immacolata, 8 dicembre), e già con Lui unita nella gloria del paradiso in anima e corpo (Assunta, 15 agosto).

 

Interpretazione della scrittura: La posizione del cristianesimo nei confronti della scrittura è del tutto particolare, dal momento che la fede cristiana professa che la “parola” di Dio non è la Bibbia, ma l’uomo/Dio Gesù Cristo. “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità”. (Gv. 1,1.14)

La Bibbia, quindi, scritta da uomini su ispirazione dello Spirito Santo, contiene la Parola di Dio, ne conserva la memoria, permette di conoscere, contemplare ed amare il mistero di salvezza che Dio, nell’amore, ha operato in favore dei suoi figli. Ma questa Parola è consegnata alla Chiesa di tutti i tempi, perché, obbedendo all’ordine di Cristo, vada in tutto il mondo ad annunciare la salvezza. (Cfr. Mt. 28, 19). La Parola non è quindi chiusa, ma sempre riletta, tradotta ed incarnate nelle nuove situazioni storiche e culturali nella quale viene annunciata e tradotta. Per i cattolici e gli ortodossi è lo stesso Spirito Santo che, dopo aver ispirato i sacri scrittori, ha guidato e guida la Chiesa nell’interpretazione del senso delle scritture, perché quando vi siano delle difficoltà o delle discussioni vi sia un certo riferimento di verità. Per i protestanti, invece, questo stesso compito d’interpretazione spetta ad ogni singolo credente. Quello che è certo è, però, che nel cristianesimo la Bibbia non è un libro chiuso e definito, quasi fosse una raccolta di oracoli, ma è Parola viva, che nella fede della chiesa richiede ogni giorno una risposta personale e sociale.

 

Guerra/pace/territorio: Il cristianesimo non ha un suo territorio di elezione, infatti, dice San Paolo: “La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo” (Fil. 3,20). Il cristiano si sente quindi a casa dovunque, ma straniero sempre, come dice un antico scritto cristiano, la lettera a Diogneto: “i cristiani sono nel mondo ma non del mondo”.

Se dunque non vi è alcun posto “cristiano” in senso assoluto, il cristianesimo è comunque particolarmente legato ad alcuni luoghi, in particolare a quelli nei quali il mistero di Cristo si è rivelato: cioè la Terra Santa. La pietà cristiana ha infatti elaborato una pratica ascetica, il pellegrinaggio, che è un’azione simbolica nel corso della quale il fedele cammina verso un luogo santo, indicando il senso e l’orientamento a Dio della propria vita.

Il cristianesimo, poi, pur se improntato ad un sostanziale pacifismo, legato ad una precisa parola di Gesù: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio“(Mt. 5,9), non ha escluso radicalmente il ricorso alla forza, a condizione che si trattasse di una “guerra giusta”. La trattazione più classica di questo pensiero risale a Sant’Agostino, che parla di una guerra invitabile per opporsi al male, nella quale non venga mai meno il rispetto della dignità dell’uomo e l’uso della violenza sia moderato e proporzionale all’obiettivo da raggiungere. La guerra giusta, insomma, è nella tradizione cristiana un gesto estremo di legittima difesa. Nel secolo XX, in particolare dopo la II Guerra Mondiale, un movimento alquanto corale all’interno del cristianesimo si è pronunciato per il superamento del concetto di guerra giusta, in considerazione che gli attuali strumenti di distruzione sono così potenti da non poterne pensare un uso “moderato e proporzionale”. Quello che si poteva fare con la spada, insomma, non lo si può fare con i missili.

 

Mediazioni culturali: Il cristianesimo ha oggi accolto pienamente la modernità come cultura e la laicità come strumento di azione sociale. Naturalmente la coscienza cristiana resta attiva e critica nei confronti della società e della cultura, dialogando con essa e rilevando quanto, alla luce della Rivelazione, vi appare come un disvalore. Non vi sono dubbi però, in nessuna delle tradizioni cristiane, circa la compatibilità del metodo democratico con la fede cristiana. Se letto con categorie sociologiche laiche, nel cristianesimo cattolico ed ortodosso esiste un problema sulla posizione della donna, che non può accedere al sacerdozio ministeriale, pur partecipando come ogni fedele battezzato, al sacerdozio universale. I protestanti non hanno questo problema, riconoscendo solo questa seconda forma di sacerdozio.

Resta una forte differenza nei rapporti tra chiesa e stato nelle diverse tradizioni cristiane: il cattolicesimo, infatti, è erede di una storia che lo ha fatto dialogare da pari a pari con lo stato, non temendo, talvolta, di polemizzare con questo quando erano lesi i diritti dell’uomo o dei fedeli. La tradizione ortodossa, che si presente di solito come chiesa di stato, ed è figlia del cesaro-papismo degli imperatori bizantini, è propensa a credere che il potere politico abbia ricevuto da Dio il compito di garantire alla Chiesa la pace e la libertà d’azione per annunciare Cristo e portare a tutti la Sua salvezza. Un forte colpo a questa convinzione è venuto dall’instaurazione dei regimi comunisti nell’ex URSS e nei paesi del Patto di Varsavia. Le Chiese Riformate, invece, sono fautrici di un principio liberale di non ingerenza reciproca tra stato e Chiese, che avrebbero ambiti e compiti radicalmente diversi: solo terreni il primo, solo trascendenti le seconde.

 

 

Islam

 

Diffusione: L’Islam è la seconda religione al mondo per diffusione, ed ha come caratteristica la concentrazione in alcune aree del mondo, che sono di fatto quasi totalmente islamiche.

Musulmani nel mondo (anno 2000)

Africa

317.174.000

Asia

832.879.000

Europa

31.566.000

America Latina

1.672.000

Nord America

4.450.000

Oceania

301.000

Mondo

1.188.042.000

Percentuale sulle altre religioni

19,6

Numero di paesi

204

 

Diffusione dei musulmani (anno 2000)

Stato

Abitanti

Musulmani

Percentuale

Indonesia

209.370.000

182.570.000

87,2

Pakistan

141.580.000

134.480.000

95,0

India

1.011.090.000

121.000.000

12.0

Bangladesh

129.200.000

114.080.000

88,3

Turchia

65.810.000

65.510.000

98,8

Iran

62.680.000

62.430.000

99,6

Egitto

65.880.000

58.630.000

89,0

Nigeria

123.000.000

53.000.000

43,1

Marocco

28.840.000

28.780.000

99,8

Afganistan

25.890.000

25.630.000

99,0

Sudan

35.080.000

25.610.000

73,0

Iraq

22.670.000

21.990.000

97,0

Arabia Saudita

22.020.000

21.290.000

96,7

Etiopia

64.120.000

21.120.000

32,9

Tunisia

9.590.000

9.540.000

99,5

Kazakistan

14.910.000

7.010.000

47,0

 

 

Contenuto della fede: E’ bene partire dal significato del termine “Islam”, che significa “sottomissione”, da cui il participio “muslim”, che vuol dire sottomesso. L’islam è quindi la religione nella quale il credente rende onore e gloria a Dio, sottomettendosi pienamente alla sua volontà, che ha manifestata definitivamente nel Corano pronunciato dal profeta Muhammad, creando la comunità dei credenti (Umma).

La chiave della fede islamica sta in Cor. 112, detta Al-Ikhlâs (Il Puro Monoteismo), che recita:

 

In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

Di': “ Egli Allah è Unico,

Allah è l'Assoluto

Non ha generato, non è stato generato

e nessuno è eguale a Lui”.

 

Da cui la formula di fede (shahada), il primo dei “5 pilastri dell’Islam”  che recita “Non c’è Dio, se non l’unico Dio, e Muhammad è il profeta di Dio”. La fede dei musulmani va accolta con l’intelligenza, il cuore e le opere, e, come insegna un hadith (memoria dei fatti e dei detti del Profeta) “La fede (iman) consiste nel credere in Dio, nei suoi angeli, nei suoi libri, nei suoi inviati e nel giudizio finale, non ché credere nella predestinazione e nel fatto che essa apporta il bene e il male”.

Indiscutibilmente il Corano ha pagine di meravigliosa lirica religiosa nel parlare di Dio e della Sua assoluta trascendenza: è Lui che “possiede le chiavi del mistero” (Cor. 6,59), e ancora al sura 2, 255

Allah! Non c'è altro Dio che Lui, il Vivente, l’Assoluto. Non Lo prendon mai sopore né sonno. A Lui appartiene tutto quello che è nei cieli e sulla terra. Chi può intercedere presso di Lui senza il Suo permesso? Egli conosce quello che è davanti a loro e quello che è dietro di loro e, della Sua scienza, essi apprendono solo ciò che Egli vuole. Il Suo Trono è più vasto dei cieli e della terra, e custodirli non Gli costa sforzo alcuno. Egli è l'Altissimo, l'Immenso.

La sintesi più elevata del monoteismo islamico è forse riassunta nei 99 bei nomi di Dio, che dicono la sintesi dello sforzo teologico umano di dare espressione verbale (sulla scorta del Corano stesso e della tradizione) al mistero unico, insondabile e ineffabile di Dio.

La credenza negli angeli, li indica come realtà spirituali fatte di luce, puri adoratori di Dio e Suoi messaggeri tra gli uomini. In quanto esseri creati, non sono divini e non posseggono alcun titolo alla venerazione. Esiste per l’Islam anche la dimensione demoniaca: Iblis (il “lapidato”) fatto di fuoco e disobbedente ad Allah. Odia il genere umano e lavora per la sua rovina. Il Corano, poi, parla anche dei Jinn (spiriti), intermediari tra angeli e demoni, a cui Muhammad sarebbe pure stato mandato per rivelare la Parola di Dio.

Fede nei libri. Sulla scorta del Corano i musulmani credono che esistano 4 libri sacri: la Thorà, i Salmi, il Vangelo (al singolare) e lo stesso Corano, che abroga e rende inutili i libri precedenti, che perciò diventa eventualmente la chiave interpretativa della altre scritture precedenti. Il Corano, dal canto suo sarebbe perfetto ed inimitabile, come afferma Cor. 17,88) “Dì: “Se anche si riunissero gli uomini e démoni per produrre qualcosa di simile di questo Corano, non ci riuscirebbero, quand'anche  si aiutassero          gli uni con gli altri”.

E’ convinzione diffusa tra molti musulmani che ebrei e cristiani abbiano maneggiato le loro scritture, rendendole così inattendibili.

La fede negli inviati di Dio: il Corano parla di una catena di profeti di Allah e cita esplicitamente: Abramo, Mosè, Gesù figlio di Maria, come “grandi profeti” e Adamo, Noè, Isacco, Ismaele, Lot, Giacobbe, Giuseppe, Aronne, Davide, Salomone, Elia, Eliseo, Giobbe, Dhu l-Kifl (forse Giosuè), Giona, Idris (forse Enoch), Zaccaria e Giovanni Battista. Ma anche i profeti arabi Hud, Salih, Shu’ayb. Per l’Islam tutti questi profeti avrebbero trasmesso l’unico vero messaggio di Dio: il Corano, venendo però fraintesi.

Fa parte poi della fede islamica la credenza nel giudizio finale, che attende tutti gli uomini resuscitati l’ultimo giorno. In sostanza il discrimine tra premio (paradiso) e punizione (inferno) passa attraverso la fede o meno in Allah. E’ incerta, all’interno dell’Islam la dottrina della predestinazione e conoscono, come per altro i cristiani, una certa dialettica tra volontà di Dio e libertà dell’uomo, tra fede e opere.

Il contenuto rituale dell’Islam è fondamentalmente raccolto nei 5 pilastri che sono: (1) la professione di fede, che rende un uomo o una donna islamici se pronunciata di fronte a due testimoni credenti, ed è sempre contenuta nella preghiera. Se possibile la professione di fede deve accompagnare il musulmano in punto di morte. (2) La preghiera, da recitare in ore ben precise all’alba, a mezzo giorno, a metà pomeriggio al tramonto ed alla sera. La preghiera, da compiersi dopo la purificazione, comporta una serie di atteggiamenti corporei e di formule codificate dalla tradizione (rak’a) e l’orientamento verso La Mecca.

(3) Il digiuno nel corso del mese di Ramadan esige che ogni credente si astenga da qualsiasi cibo, bevanda ed esercizio di sessualità dall’aurora al tramonto per onorare Dio. All'osservanza dell'obbligo del digiuno sono tenuti tutti i musulmani puberi, maschi e femmine, capaci di intendere e volere. Quando spunta la luna nuova del decimo mese dell'anno lunare, il mese di Sciauual, ha termine il mese di Ramadan e con esso finisce il digiuno. Il primo giorno di Sciauual e' la prima delle due solennità festive dell'Islam: idu-l-fitr (la ricorrenza della rottura). Un mese di intenso lavoro spirituale per onorare Dio ed imparare a compatire gli infelici provando la fame.

Quarto pilastro dell’Islam è (4) l’elemosina rituale e consiste in una “decima” pagata alla comunità, che nei paesi islamici è una vera e propria tassa. Dice Cor. 9,60. “Le elemosine sono per i bisognosi, per i poveri, per quelli incaricati di raccoglierle, per quelli di cui bisogna conquistarsi i cuori, per il riscatto degli schiavi, a quelli che sono gravati da debiti, che lottano sulla via di Dio o che si trovano in viaggio”. Questa elemosina ha un valore legale in base al reddito, così l’Unione delle comunità ed organizzazioni Islamiche in Italia (UCOI) stabilisce il quantum dell’elemosina in Italia: “In Italia il calcolo del nisab si effettua moltiplicando per 96 la quotazione dell' oro alla Borsa dei valori di Milano, nel giorno in cui spira l' anno da quando il cespite tassabile e' entrato nel patrimonio. Ciò perché e' il valore dell' oro a costituire la base di valutazione per stabilire l'assoggettabilità all'imposta di un cespite patrimoniale. Se uno dei cespiti patrimoniali ha il valore superiore al nisab (minimo vitale), il proprietario e' tenuto al pagamento del 2,50% del valore di esso a titolo di imposta coranica”.

Il (5) Pellegrinaggio, è un dovere per tutti i musulmani che possono compierlo, almeno una volta nella vita. Si deve svolgere in un preciso periodo dell’anno ed e' una grande adunanza dei Musulmani provenienti da tutte le parti del mondo e simboleggia l'unita' della comunità islamica e del genere umano. Si svolge per alcuni giorni a La Mecca e porta il credente nei luoghi santi dell’Islam, facendogli fare memoria dei principali fatti della vita del Profeta e delle principali verità della sua fede.

 

Luoghi di culto: Quello islamico si chiama moschea (il termine deriva dall’arabo masijd che vuol dire prostrarsi) ed è il luogo nel quale la comunità si ritrova per pregare, soprattutto nel giorno di festa del venerdì. La struttura classica (evoluzione di quella creata da Muhammad a Medina) è costituita da un ampio spazio vuoto circondato da un portico. Una fontana garantisce la possibilità di purificarsi ritualmente, mentre al-mihrab è la nicchia che indica la direzione della preghiera: la città santa de La Mecca. Alla destra della "nicchia direzionale", molto rialzato dal pavimento, c'e' un elemento di arredo della moschea, chiamato "al-minbar" è costituito da una scala che porta ad un podio con sedile, da cui il predicatore della preghiera congregazionale del venerdì fa la predica ai fedeli (la predica si chiama "al-khutbah"). Completa la struttura classica della moschea uno o più minareti, dall’arabo al-manarah (torre che porta la luce). Dall’alto del minareto al-mu'azzin fa l’invito alla preghiera nei momenti previsti. Oltre alle moschee, l’Islam conosce almeno tre luoghi sacri: La Mecca, Medina e Gerusalemme. Quest’ultimo ospita la moschea di Umar, dalla quale, secondo il Corano, Muhammad sarebbe stato rapito al cielo. Questa moschea sorge sulla rocca di Sion, dove anticamente sorgeva il Tempio degli ebrei. Nei luoghi santi sauditi di La Mecca e Medina l’ingresso è interdetto ai non musulmani,

 

Simboli: Nell’Islam vige il divieto assoluto di raffigurare il divino, che nella tradizione si è diffuso fino a rendere restia la cultura islamica all’arte figurativa anche quando raffigura l’uomo (che è pur sempre immagine di Dio). L’arte grafica più diffusa nel mondo islamico, perciò, è la calligrafia ed il simbolo più tipico dell’islam è il nome di Allah, o il “bismillah” il versetto con il quale iniziano tutte le sure del Corano (Nel nome di Dio). Ecco un esempio:

 

 

Altro simbolo molto noto è la mezzaluna con la stella, che è un antico simbolo arabo pre-islamico e rappresenta il paradiso. E’ presente su molte bandiere di paesi a maggioranza islamica.

 

 

Feste: I paesi musulmani usano tuttora, in genere affiancandolo al calendario gregoriano usato dagli occidentali, un calendario rigorosamente lunare; per la numerazione degli anni usano l'era dell'Egira, che inizia come s’è detto, il 16 luglio 622: Egira di Maometto dalla Mecca a Medina. Secondo il computo del tempo islamico, l’anno 2003 d.C. coincide con il 1423-1424 dall’Egira. Il Corano prevede che il nuovo mese inizi subito dopo la luna nuova, o meglio quando appare la prima esile falcetta di luna crescente. Prevedere questo esatto momento è molto complicato; per semplicità i calendari perpetui islamici usano la seguente regola: l'anno è composto di dodici mesi alternativamente di 29 e 30 giorni; l'anno comune è quindi di 354 giorni. D'altra parte poiché l'inizio del mese reale è stabilito appunto in base all'osservazione diretta della prima luna crescente, non è detto che la lunghezza dei mesi sia sempre quella riportata in tabella e si possono verificare scostamenti di un giorno tra il calendario reale e quello perpetuo realizzato in base alla suddetta regola; sono addirittura possibili scostamenti tra il calendario di un paese islamico e quello di un altro paese parimenti islamico ma geograficamente lontano. Questi sono, comunque i mesi del calendario con il rispettivo numero di giorni.

 

1

Muharram

30

2

Safar

29

3

Rabi al-Awwali

30

4

Rabi ath-Thani

29

5

Jumada l-Ula

30

6

Jumada l-Akhira

29

7

Rajab

30

8

Shaban

29

9

Ramadhan

30

10

Schawwal

29

11

Zu l-Qada

30

12

Zu l-Hijja

29

 

Le feste principali sono: la piccola festa (al-id al-sagir) detta anche festa della notte del digiuno: la solennità dei sacrifici (di al-adha) che si celebra durante il pellegrinaggio alla Mecca; la commemorazione della nascita del Profeta (mawid al-nabi) che cade il dodicesimo giorno del mese Rabi al-Awwali . Il 27 Rajab si celebra l’ascensione al cielo di Mauhammad, il 27 Ramadhan la discesa del Corano sulla terra.

 

Interpretazione della scrittura: Se la “parola di Dio” nel cristianesimo è l’uomo/Dio Gesù Cristo, per l’Islam è il libro del Corano. La tendenza di fondo, quindi, è quella ad interpretare il Corano il meno possibile, accogliendolo nella chiarezza della lettera. E di solito gli sforzi interpretativi vanno nella direzione della elaborazione di un diritto islamico: una legge che chiarisca concretamente quale sia il giusto comportamento da applicare nel caso che si presenta.

Esistono, comunque, due grandi scuole interpretative: nella tradizione sunnita, ampiamente maggioritaria, il Corano si studia e s’interpreta alla luce della raccolta degli Haditz, i fatti ed i detti del Profeta ricordati dai suoi primi compagni. Il sunnismo è diviso in 4 scuole classiche: hanafita, malkita, shafi’ita, hanabita, che si distinguono per aree geografiche e accentuazioni sui criteri ermeneutici. In criterio più accettato, però, è quello della convergenza del consenso dei teologi delle principali facoltà coraniche (che a loro volta si dividono in mu’tazilite, ash’arite, mutaridite e hanbalite). Diversa è la situazione nell’Islam Shi’ita dove le decisioni interpretative e giuridiche vengono prese dalla casta sacerdotale degli ayatollah. Questo fa sì che, nonostante l’immagine monolitica che l’Islam ha in occidente, questo sia molto diverso da zona a zona e presenti particolarità culturali e cultuali, legate a tradizioni locali pre-islamiche, come nel caso dell’estremo oriente o dell’Africa.

Fortemente osteggiata è, finora, la possibilità di interpretare il Corano con criteri di esegesi moderna, come si fa con la Bibbia. Ed è quindi ancora molto difficile pensare ad una distinzione, nella scrittura islamica, tra significato e significate,  contenuto e forma, valori religiosi permanenti e situazioni storico/culturali transeunti. Scrive a questo proposito il sociologo musulmano Khaled Fouad Allam, docente all’università di Trieste:

Nell´Islam mondializzato i musulmani si trovano intrappolati tra un mondo che non c´è più ­ le culture d´origine ­ e un altro mondo che ancora non c´è, che è in divenire. Se vogliamo evitare in futuro lo scontro ideologico delle religioni, se vogliamo evitare la crescita di fratture sociali in Europa - che guarda caso oggi si definiscono soprattutto nel mondo dell´immigrazione - spetta ai musulmani ma anche all´Europa il compito di aiutare questo Islam, di inventare nuovi strumenti culturali; perché la cultura si accompagna alla negoziazione, alla mediazione. È amaro constatare che oggi questo non avviene, in nessun paese europeo: sempre più vedo i musulmani chiudersi in se stessi, certo a causa di un pensiero del tutto acritico, dell´assenza di una riflessione autentica e innovativa che spinge alcuni di essi nella trappola della contestazione islamica; ma in parte anche ricorrere all´Islam come conferma di un´identità negata dall´assenza di diritti e di cittadinanza.

(Un mondo in trasformazione, occorrono nuove chiavi di lettura: Islam, non solo Corano. La Stampa del 10/11/2002, pag 20)

 

Ma è pure presente nell’Islam contemporaneo una corrente radicale che vorrebbe il ritorno ad una società guidata dai capi religiosi, dotati di potere esecutivo. E’ ciò che ha predicato Shaykh Bouti, nel suo sermone di  venerdì, 8 jumada al-thani 1423/16 Agosto 2002, e che abbiamo ritrovato sul sito italiano della tv araba Al Jazira:

 

Tutti sapete che i malanni della Comunità musulmana sono aumentati e acuiti, al punto che sono ragioni di soffocamento e distruzione. Non vi è dubbio alcuno, però, che il peggiore di questi malanni, che ha colpito la Comunità e l’ha dispersa, è la disunione che ha sfasciato la comunità unica. Questo grave malanno è stato causa di numerosi altri malanni. Dio l’Altissimo ci ha proibito di dividerci, ha detto, infatti: «Non disputate, altrimenti perdereste fiducia e vigore e girerebbe il vento che v’ha favorito» (VIII:46). Però ci siamo divisi, e i musulmani sono diventati divisi. (…) Ma qual è la ragione di questa catastrofe che ha colpito la Umma [la nazione dei musulmani], la ragione di questo cancro che la umilia? La principale ragione, fratelli, è l’assenza di riferimenti religiosi che sono rappresentati dagli ‘ulemà [sapienti] veritieri ed onesti che posseggono capacità e potere esecutivo. Quando sono venuti a mancare tali riferimenti, tutti si sono sentiti autorizzati a parlare dell’Islam a loro piacere e ogni volta che lo vogliono, così come si sono sentiti autorizzati a risolvere questioni di gestione della comunità e allo stesso tempo delle questioni quotidiane in base ai loro istinti e tendenze. Tutti i musulmani ignoranti hanno pensato di aver diritto nell’Islam di dare proprie opinioni e si sono trovati nella posizione nella quale credono di possedere le verità dell’Islam; lo comprendevano e potevano farlo capire agli altri. Differivano con tutti coloro che avevano una visione diversa. I musulmani si sono trovati al punto che l’Islam ha visioni contrastanti e pensieri che si contraddicono. Hanno reso lecite certe cose e ne hanno proibite altre; da un lato dicono che una cosa è permessa, dall’altro dicono che è un obbligo, oppure dicono che è una deprecabile innovazione, o ancora che fa parte dell’esempio del Profeta. Da un lato si accusa di blasfemia e dall’altro si ritiene che non possa essere blasfemo. Tutti trovano la fortuna voluta nell’Islam. Non c’è chi possa sorvegliare, o qualcuno al quale si possa ricorrere per portare queste persone su di un unico sentiero. Questa è la ragione principale per la quale i musulmani si trovano in questo stato di divisione e contrasti: questa è la mancanza di riferimenti musulmani che posseggano le caratteristiche di cui abbiamo già detto.

 

Le due posizioni sono antitetiche e molto del futuro del mondo dipenderà dalla soluzione di questo conflitto interno al mondo islamico.

 

Guerra/pace/territorio: L’Islam si presenta come religione di pace ma, come gli altri monoteismi, conosce la  guerra nella sua storia, come abbiamo visto.

Fa problema nell’Islam il concetto di Jihad tradotto di solito con “guerra santa”, anche se il significato dell’espressione è “sforzo verso un obiettivo”. L’interpretazione classica di questo concetto coranico è quella dello sforzo (una vera e propria guerra) contro le cattive inclinazioni personali per essere un buon musulmano. Ma è pur vero che nella storia dell’Islam, ed in particolare nei movimenti fondamentalisti che si sono risvegliati nel secolo scorso, questo concetto è inteso come guerra vera e propria per l’affermazione dell’Islam, sul modello dei primi tempi seguiti alla morte del profeta. Questo movimento sottolineano, che la scrittura divide il mondo in dar al-Islam (terra dell’Islam) e  dar el-Hard (terra della guerra). Per questi movimenti la Jihad è un vero è proprio movimento militare da attuare in nome di Dio.

Collegato al concetto di Jihad vi è quello di Shaid  il martire caduto combattendo per Allah, al quale il Corano garantisce l’immediato ingresso in paradiso (è interessante qui il raffronto con il concetto cristiano di martire, che è colui che muore subendo il male senza ricambiarlo sull’esempio di Cristo in croce). Nonostante nella storia le cose siano andate diversamente (si pensi alla penisola iberica ed alla Sicilia), nella tradizione Islamica vige l’idea che una terra islamizzata non può più essere dominata da un’altra legge, che non faccia riferimento a quella coranica.

 

Mediazioni culturali: Il nodo dell’incontro/scontro tra Islam e modernità, che abbiamo visto a proposito dell’interpretazione delle scritture, resta la questione di fondo. Alla sensibilità culturale dell’occidente laico, fanno problemi alcuni aspetti propri della prassi dei paesi a cultura islamica (e viceversa). Ci limitiamo ad un elenco di alcuni punti chiave: (1) la questione dei diritti dell’uomo: Nella visione occidentale questi diritti appartengono all’umanità in quanto tale, e sono la radice della legge positiva degli stati. In questo senso fanno difficoltà alcune leggi diffuse nei paesi islamici: ad esempio la sanzione legale in caso di abiura della fede (anche la pena di morte), la sanzione legale del reato di bestemmia, la disparità di diritti civili tra musulmani, dhimmi (ebrei e cristiani, tollerati con diritti ridotti) e pagani, la disparità di diritti tra uomo e donna di religione diversa (un maschio musulmano può sposare una dhimmi (cristiana od ebrea) non viceversa, i figli devono comunque essere musulmani), la disparità di diritti nella coppia (ad esempio nel diritto al ripudio od alla poligamia, che è solo maschile, o nel diritto ereditario, che privilegia i maschi, o nell’affidamento dei figli, che viene riservato, di norma, alla famiglia del padre). Ma, ancora più fondo, è l’idea di usare il “diritto divino positivo” (rivelazione) come base della legislazione statale, come capita nel csao della sharia, la legge coranica, perché si tratta, in questo caso, di imporre una morale relgiosa ad una comunità civile. (2) La questione della reciprocità dei diritti: chi chiede diritti civili dev’essere disposto a darli. Questo non si può dire dell’Islam, che chiede diritti in nome della laicità dello stato, ma non offre gli stessi diritti nei paesi a maggioranza islamica (è il classico caso del diritto alla costruzione di luoghi di culto e di libera predicazione).

Forse il problema maggiore sta nel fatto che l’Islam, avendo vissuto un cammino storico diverso, non ha vissuto quella fase di scontro, che ha portato l’occidente a distinguere radicalmente tra cultura, religione e stato. Ma è pure vero che questo è stato il cammino dell’Occidente ed è difficile sapere quanto sia esportabile.